martedì 2 ottobre 2007

"L'Abbazia di Sambucina" di Giuseppe Marchese

L’ordine cistercense fu fondato nel 1098 da San Roberto di Molesmes e prende il nome ,com’è noto,dalla forma latina del toponimo della città di Citeaux,Cistercium.Si tratta di una derivazione dell’ordine benedettino,nata da una spaccatura nelle file dei cluniacensi, ma rispetto a quello presenta,almeno nella lettera originale della sua regola,stabilita con la “Charta Charitatis” del 1119,un rigore spirituale più estremo,che proibiva perfino le attività di studio come distoglienti dalla preghiera e dal servizio di Dio.Sarà San Bernardo di Clairveaux(o Chiaravalle),l’esportatore dell’ordine nel resto dell’Europa,ad ammorbidire lo spirito dello statuto,e a renderlo più duttile ai piaceri della cultura e più fiducioso nella capacità di essa di essere bagaglio nella missione di Fede del cristiano. <>.(G. Marchese,La Badia di Sambucina,VI) Sicché San Bernardo si può definire,come lo considera Giuseppe Marchese,un secondo San Benedetto. Sulla scorta dello studio del Marchese,possiamo dividere la storia della Sambucina in quattro grandi periodi: -il periodo “bernardino”(1139-1192); -il periodo casamariense(1192-1421); -il periodo “commendatario”(1421-1580); -il periodo “priorale”(1580-1780). L’abbazia di Santa Maria della Sambucina fu fondata nel 1139 ed è il più antico insediamento cistercense nel Mezzogiorno d’Italia,emanazione diretta di Clairveaux e non,come vorrebbero altri studiosi,subcolonia dell’abbazia di Casamari.Lo prova un documento che il Marchese presenta come il fiore all’occhiello della sua ricerca sulla Sambucina:l’atto di donazione del monastero ai monaci da parte della famiglia feudale dei Lucji,nel 1140-41.Da esso risulta dunque che il complesso abbaziale era preesistente all’arrivo dei cistercensi,fondato dal conte Goffredo dei Lucji(Guffridus fundator Saboccinae,come si legge nell’atto),e destinato,a quanto sembra,ad accogliere San Bernardo in persona:ma il padre dell’ordine declinò l’invito,perché impegnato nei lavori del concilio di Sens,che proprio in quell’anno condannò in toto l’eresia di Abelardo(che aveva accostato la Trinità divina allo schema plotiniano),e inviò a guidare il nuovo centro monastico i suoi quattro “apostoli” provenienti da Moreruola in Spagna,Sigismondo,Ugone,Eligio e Pietro,protagonisti del periodo,per così dire,”bernardino” della storia dell’abbazia. A Sigismondo,primo abate del monastero,si deve,nel 1148,l’emanazione della costituzione originale della comunità abbaziale.Gli successe Antonio,che iniziò l’allargamento della giurisdizione territoriale del monastero acquisendo il controllo dell’abbazia di S. Maria del Corazzo,nel territorio di Catanzaro,da lui stesso fatta ricostruire nel 1157.Rimonta a Domenico,terzo abate in Sambucina,la fondazione,nel 1168, della prima subcolonia sambucinese,nel territorio di Messina,l’abbazia di S. Maria di Novara,affidata alla direzione di Ugone.La colonizzazione dei bernardini cratensi continua con i successivi abati Simeone e Guglielmo,quando ormai,soltanto nel Bruzio,il monastero è padrone di un’area territoriale che si stende da Acri fino a Corigliano.Sotto il rettorato di Guglielmo,nel 1186,il monastero ebbe a subire danni dal terremoto che sconvolse il Cosentino;la parte che ne uscì in macerie fu ricostruita con la collaborazione dei monaci casamariensi:ed è da questo momento che la Sambucina entra nell’orbita dell’abbazia laziale,fino a diventare una sua dipendenza vera e propria,per disposizione della bolla papale emessa da Celestino III nel 1192. Inizia così il periodo casamariense della storia sambucinese,durante il quale,pur avendo perso la sua autonomia,l’abbazia continuò comunque ad essere un punto di riferimento religioso e culturale della regione,grazie anche alla politica di favore nei confronti delle istituzioni monastiche attuata nel XIII secolo dalla casa regnante sveva,in continuità con quella dei Normanni.Ma è praticamente sotto Luca Campano,sesto abate sambucinese e futuro arcivescovo di Cosenza,che termina l’espansione territoriale del monastero con le subcolonie abbaziali di Acquaformosa(1197),nel Cassanese, e del Sagittario(1202),in Lucania,mentre a partire da lui gli abati si rivolgeranno più che altro all’ampliamento strutturale del complesso:è lo stesso Luca Campano a fondare lo scriptorium;gli farà seguito Nicolaus de Fullone nel 1302 fondando il seminario monastico,approvato da Bonifacio VIII,e nel 1315 Gualtiero Negen allargherà la biblioteca del Convento. Con la monarchia angioina l’atteggiamento di benevolenza nei confronti dei monasteri mutò tendenzialmente,puntando i sovrani francesi a riportare sotto la giurisdizione statale ,le arre territoriali controllate dai monasteri. Nel 1421,in seguito ai contrasti sorti a Casamari in merito alla direzione del monastero,il territorio dell’abbazia fu trasformato in commenda,cioè a dire,in senso ecclesiastico,un beneficio territoriale la cui titolarità resta nelle mani del concessore(la Chiesa,scilicet),e non passa al concessionario;la commenda fu retta prima da personalità di rango ecclesiastico e poi,dal 1552,dai duchi Caracciolo.Il commendatario era affiancato da un amministratore,che gestiva per conto di quegli i beni del monastero:di essi sempre più tesero ad avvantaggiarsi i commendatari stessi,specie quelli della famiglia Caracciolo,a tutto scorno dell’abbazia e dei monaci,della cui disciplina religiosa non c’era cura alcuna.Risale a questa età commendataria la terza della storia sambucinese,la visita di Carlo V al monastero.Nel 1569,il 5 marzo,una frana s abbatté sul monastero,risparmiandone solo l’ala abbaziale superiore e la Chiesa. A seguito di questo disastro,l’anno dopo,l’affidatario della commenda rinunciava al beneficio e restituiva l’abbazia ai cistercensi,che trasferirono i monaci e i beni superstiti alla Matina(già appartenuta ai benedettini,e ricostruita proprio da maestranze sambucinesi nel 1184),per tutto il tempo in cui procedettero i lavori di restauro,provvedendo,nel frattempo,ad unire i territori delle due abbazie.Questo stato di cose durò fino al 1580,quando,rimessa in piedi ormai la Sambucina,alla sua guida l’Ordine designò un Priore.E’ l’inizio dell’ “età priorale”,il crepuscolo della storia della Sambucina. I Priori più importanti furono Cesare Calepino,eletto nel 1624,che raddoppiò il numero dei monaci e riportò la Sambucina al regime della Regola,così da preparare la comunità all’accoglimento degli ordinamenti della nuova Congregazione cistercense di Calabria,approvata da Urbano VIII nel 1632( già a partire dal XV secolo infatti l’ordine si era frammentato in Italia in varie congregazioni regionali,come quella toscana di San Bernardo fondata nel 1547 o quella romana del 1623);e Vittorio Federico,che nel 1658 ottenne la restituzione dei beni ancora custoditi nella Matina.Dal terremoto del 1731 l’abbazia non si riprese mai più completamente;il 18 febbraio del 1780,per regio decreto,l’abbazia venne soppressa e i suoi beni in parte incamerati nel demanio e in parte spartiti tra le chiese di Luzzi e la Curia Vescovile di Bisignano.Gli ultimi beni rimasti furono venduti nel 1803 alla Famiglia Lupinacci,incluse alcune fabbriche del monastero. Alla fina dell’excursus storico sull’abbazia il problema di fondo che domina il saggio di Marchese resta quello delle sue origini:un problema che l’autore dibatte,con un approccio del tutto originale,in base ad una doppia argomentazione,cioè dal punto di vista filologico e da quello della storia dell’arte. A questo punto è bene anticipare in un abbozzo quelli che sono i tratti principali del modo di lavorare di Marchese,che potrebbero essere oggetto di un prossimo scritto:il suo merito principale,che ne fa uno storico degno di attenzione,è la raccolta di documenti di prima mano,effettuata con sopralluoghi diretti(non gli fu difficile accedere agli archivi storici comunali grazie alle responsabilità politiche che ebbe a ricoprire negli anni ’20-’30)o tramite contatti con amici studiosi.Lavoro d’archivio e confronto consultivo sulle fonti sono quindi i pilastri probativi del suo modo di scrivere storia,su cui egli innesta,come terzo elemento,quella che potremmo chiamare la “prova osservativa”,che rispecchia la reale capacità di Marchese “completare” i dati in suo possesso ricollegandoli al contesto storico generale attraverso uno sguardo fondato,anche stavolta,sul confronto,ad esempio,tra aspetti cronologici.Documentazione,confronto, ricontestualizzazione:è chiaro che.laddove manchi un supporto documentale robusto,anche l’acume ricontestualizzante si fa carente,ma nel caso del saggio sulla Sambucina quello che veramente dev’essere apprezzato è la capacità dell’autore di affermare il primato cronologico di essa sulle altre abbazie cistercensi del Meridione partendo dall’atto di donazione ricordato sopra,che il Marchese stesso rinvenne nell’archivio Firrao – Sanseverino. Ecco un bell’esempio del procedimento storiografico del Marchese:l’autore riporta il testo integrale dell’atto e lo pone in relazione all’accordo di Mignano del 1139,indicandolo come suo naturale antefatto.L’accordo,che chiudeva i contrasti tra San Bernardo e Ruggero II di Sicilia,dovuti all’elezione da parte del re normanno dell’antipapa Anacleto II in opposizione al legittimo pontefice Innocenzo II,sostenuto dal santo,apriva nello stesso tempo le terre del Regno all’insediamento di comunità cistercensi. Ora,considerato che,com’è naturale,non potevano esservi,per questa ragione,monasteri cistercensi al Sud prima del 1139(ve ne erano,semmai,molti dei benedettini neri,o benedettini propriamente detti),e dato anche che nel torno di tempo tra il 1139 e il 1141,cioè quello in cui la Sambucina vide la luce,non si ha notizia di altri monasteri meridionali di quell’ordine,l’abbazia cratense dev’essere stata per forza la prima.Il fatto,poi,che fosse stata edificata per accogliervi San Bernardo indica che,nelle intenzioni di Goffredo dei Lucji,essa doveva sancire la riconciliazione tra il re e il santo.E’ questo il risultato saliente dell’indagine di Marchese,il nerbo della sua trattazione.Il tentativo di spiegare il primato di anzianità della Sambucina anche attraverso il confronto con gli stili architettonici delle altre abbazie cistercensi meridionali,cioè attraverso una prova osservativa non suffragata da documenti d’archivio,non aggiunge nulla di nuovo alla tesi già centrata da Marchese,il che dimostra che il nostro si trovava particolarmente a suo agio davanti al dato filologico più che a quello artistico- archeologico.Ma è un limite che gli si può perdonare,dal momento che riesce a compensarlo ricorrendo ancora una volta al dato filologico:la sua idea infatti è che la Sambucina possa aver risentito dell’influsso del monaco – architetto Brunone,lo stesso che eresse la prima abbazia cistercense in Italia,quella di Chiaravalle in Lombardia nel 1135(e poi quella di Santa Maria del Chienti nel 1142).Infatti,prima che,in quel fatidico 1140,fosse consegnato l’atto di donazione ai monaci,San Bernardo inviò in Val di Crati alcuni monaci per effettuare un’ispezione della struttura abbadiale che avrebbe dovuto accoglierli:nella lettera di raccomandazione al re Ruggero in favore di essi il santo nomina espressamente un magistrum(cioè un architetto,incaricato di compiere la perizia edile della badia e di provvedere agli eventuali ritocchi)Brunonem,che il Marchese identifica senz’altro,data la coincidenza delle informazioni cronologiche,col costruttore dell’abbazia presso Milano. L’intelligenza filologica salva il Marchese dalla sua profanità di critico d’arte.

Gianluca Vivacqua, autunno 2003

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