martedì 29 settembre 2009

Baaria




Un gran bel film, ma c'è subito una verità da dire: che i più bei film italiani non riescono ad evadere dalla lezione e dalla cifra neorealista. Il miglior cinema italiano ne è ancora prigioniero, e lo dimostra il fatto che addirittura per Gomorra si è evocato il suo spettro. Un neorealismo, che in Baaria è declinato nel mix regionalistico di amarcord e verismo tipico di Tornatore, ma che sempre neorealismo è. Come lo era Malena, come lo era L'uomo delle stelle, e, andando più a ritroso ancora, come lo era Nuovo cinema Paradiso.
Proprio con il suo primo capolavoro la nuova opera del regista siciliano impone un confronto, un pò per il formato-kolossal, un pò per la vicenda, costruita come un Bildungsroman in stretta relazione co l'ambiente del paese e la sua gente (senza dimenticare che, con tutta probabilità, il protagonista centrale è proprio il paese, Bagheria, e tutti i personaggi che lo popolano, inclusi quelli di Francesco Scianna e Margareth Madè, dei sottoprotagonisti). Rispetto alla pellicola Oscar del 1991, Baaria rinuncia all'enfasi strappalacrime plateale (musiche di Morricone permettendo) a favore di un disegno narrativo più puntato sulla suggestività labirintica della realtà sognata e del ricordo come déjà vu onirico. La vita dell'aspirante onorevole Giuseppe Torrenuova, il suo amore per Mannina, la sua passione e le sue delusioni politiche, il suo crescere e invecchiare in mezzo ad un mondo bagherese che, piano piano, cambia col trapasso delle generazioni all'ombra dei mostri di Villa Palagonia, tutto è soltanto e semplicemente sognato dal piccolo Peppino, appena messo in castigo dalla maestra, in quell'aula "sorda e grigia" della scuola elementare della Bagheria del Ventennio, tutta pezze, capre e fasci littori. Oppure quell'angolo buio, umiliante dietro la lavagna è una Stargate che lo proietta in una distorsione spazio-temporale? Fatto è che il bambino esce dall'edificio scolastico dopo un lungo letargo, come gli conferma il bidello, per addentrarsi in un paese completamente stravolto dalla modernizzazione del post-boom, la Bagheria dei nostri giorni per intenderci, tra le cui strade si trova ad essere come un visitatore venuto dal passato, stranito e stupefatto: e non gli resta che aggrapparsi al vecchio ricordo della piazza, con la fontana, ormai recintata e adorna di verde, e soprattutto al luccichio dell'orecchino della figlia (quella che avrà, quella che avrà avuto), perduto chissà quanto tempo fa nei suoi ricordi onirici, e che ora rispunta improvvisamente, miracolosamente, sintomaticamente, tra i detriti di un edificio in ristrutturazione. Per alcuni versi sembra di rivivere la scena del nostos del produttore cinematografico in Nuovo cinema Paradiso: Totò, il ragazzino che giocava a fare l'assistente del proiezionista ed ora uomo di cinema di spessore internazionale, ormai non si ritrova più nella realtà attuale del suo paese natale, ma dentro di sé ritrova tutte le antiche atmosfere perdute.
Ma la cosa più sorprendente è che non è solo lui, Peppino, ad essersi smarrito, come per un incantesimo (la forza magica dei mostri di pietra di Baaria?), nel tempo e nello spazio; è la sua stessa memoria sognata-vissuta che si materializza, impazzita, in questa assurda intersezione tra passato storico-immaginario ed improbabile presente. In direzione opposta alla sua nel corso principale di Bagheria sta infatti correndo quello che sarà (quello che sarà stato) il suo ultimo figlio maschio: anche lui corre attraverso il tempo e lo spazio, per regolare un conto in sospeso, portare nel più breve tempo possibile le sigarette ad uno dei signori al tavolo della briscola che gli ha promesso venti lire. Più veloce della mosca incorporata nella sua trottola, che assomiglia un pò alla locusta nel barattolo dell'ultimo imperatore di Bertolucci quando rispunta, viva, fuori dal bulbo ligneo ormai spaccato. Forse il tocco finale, poetico-evangelico, ad una grande metafora che ci dice come il passato trovi la sua forza vitale proprio nella sua inesistenza in atto, così che possa essere alimentato dentro di noi come mito, e come tale continuare ad essere vivo, al di sopra delle sue stesse macerie.

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