domenica 15 novembre 2009

Un alibi pefetto



Ci sono film di cui ci si deve lamentare perché lo sviluppo della vicenda abbando
na l'avvincen
te e convincente traccia della parte iniziale. Un alibi perfetto è uno di questi.
Nel primo tempo non si può non notare il filo rosso che collega questo film allo storico Asso nella manica: fino all'intervallo infatti il tema dominante sembra essere quello di varcare l'ultima possibile frontiera dell'ambizione del reporter, che a costo di procurarsi lo scop della vita, quello che lo porterà diritto al Pulitzer, non esita a diventare egli stesso protagonista di quello scoop. In pratica è il giornalista-avventuriero, C.J. Nicholas (Jesse Metcalfe), che arriva a farsi infiltrato nella sua stessa inchiesta. Ma accanto a questo aspetto c'è anche la missione giustizialista: lo scoop da costruire ad arte, infatti, non è altro che un caso giudiziario truccato per svergognare i metodi di falsifiicazione delle prove con cui l'implacabile procuratore Hunter (Michael Douglas) sta costruendo le sue fortune, anche politiche (è sul punto di essere candidato a governatore).
Insomma: Hunter è un corrotto e il giornalista che aspira alla fama è pronto a fingersi imputato per incastrarlo.
Nel secondo tempo però, con rammarico di chi aveva gustato il primo, lo scenario cambia e il film assume il più convenzionale andamento di una vicenda di malagiustizia in cui il baldo giornalista C.J. si trova quasi ad essere schiacciato dal suo stesso guascone eroismo, e in suo soccorso si muoveranno prima la giovane assistente del mefistofelico procuratore, Ella (Amber Tamblyn), che è anche la donna di C.J., e poi lo stesso tenente che lo aveva arrestato quando la truffa-scoop era appena scattata, Nickerson (Orlando Jones). La chiusura di sipario hitchcockiana è fulminante quanto inutile: la scoperta finale da parte di Ella che neppure il suo bel giornalista, appena uscito
vincente dalla propria battaglia con Hunter, in realtà è privo di scheletri nell'armadio (anzi, il suo proposito di scardinare le macchinazioni del capo di lei era in realtà solo un
ingranaggio di una macchinazione personale ben più vasta e diabolica), non è niente di più che un tocco di classe che completa il mantecato delle impressioni suscitate nella prima parte. Un vero peccato, oltretutto perché Michael Douglas appare ritrovato nei suoi livelli consueti con un personaggio di morbida e fascinosa ambiguità che gli si attaglia perfettamente, dopo la scolorita prova forrestgumpiana in versione seniore di Alla scoperta di Charlie.

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