domenica 27 giugno 2010

A-Team



Stephen J. Cannell, creatore della serie tv di culto che ha lanciato nell’immaginario catodico Mr. T e ha dato a George Peppard l’ultima importante occasione della sua carriera, mette la firma anche nel progetto di questo film che ne è tratto. Ritmo e adrenalina sono decuplicati nelle scorribande bellico-muscolari del quartetto (tra gli episodi della serie originale e il lungometraggio ci sono circa venti anni di action-cinema fortemente segnato dalle lezioni dei vari Mission Impossible ed epigoni: obbligatorio nello schema dello sviluppo della vicenda l’incrocio con i sevizi segreti), ma lo spirito goliardico-cameratesco è in sostanza pressoché immutato, benché sia messo al servizio di caratteri costretti anch’essi ad allinearsi col mutare dei tempi. Hannibal Smith non è più il gentiluomo irriverente col piglio autorevole del sopravvivente nato e un sadico gusto per il pericolo messo in scena da Peppard, ma è il capitano coraggioso con la malinconica generosità nel gettare il cuore oltre l’ostacolo di Liam Neeson. Sberla (Bradley Cooper) è sì un rubacuori fuoriclasse al pari dell’originale, ma la sua eleganza ha un che di più turbolento e di irrequieto, ed è formalmente lontana da quella classica e posata, quasi alla Clark Gable, di Dirk Benedict; P.E. Baracus (Quinton Jacson), poi, attraversa addirittura una crisi spirituale, da cui poi naturalmente uscirà grazie alle parole motivanti di Hannibal,mentre Murdoc (Sharlto Copley) dei componenti del gruppo è forse quello che rimane più fedele al modello, mantenendosi in bilico tra esaltazione visionaria e levità demente, così antesignana del Jim Carrey di Scemo & + Scemo. La fascinosa Jessica Biel non fa rimpiangere il ricordo di Melinda Culea (ma in tutt’altro ruolo).
La parte iniziale del film, che ha come scenari prima il Messico e poi l'Iraq, è una sorta di prequel, che ricostruisce la formazione del team e le circostanze per le quali un corpo speciale di uomini, formatisi militarmente durante la Prima Guerra del Golfo e operante in Iraq per azioni estreme (in Vietnam nel telefilm), sia stato ingiustamente processato e condannato da un tribunale militare. Rinchiusi separatamente in carceri di massima sicurezza ed evasi quasi in simultanea, i quattro si dedicheranno quindi alla missione di riabilitare il loro nome, ma alla fine capiranno che, più importante della riabilitazione (cosa che comunque non riusciranno ad ottenere, essendo degli evasi) è l’aver scoperto una nuova, prepotente vocazione di cavalieri fuorilegge senza macchia e senza paura. Qui finisce l’antefatto del mito: esso ora continua nella memoria televisiva.

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