venerdì 6 maggio 2011

Habemus papam





Come gestire un periodo di transizione nel governo della Chiesa? Lo scenario immaginato da Nanni Moretti in Habemus papam non si fonda su precedenti storici, ed è forzato anche pensare che la renitenza di Melville-Piccoli a fare il papa faccia in qualche modo l’occhiolino all’”inadeguatezza dell’umiltà” di Pietro da Morrone, alias Celestino V, che scelse di abbandonare il soglio pontificio per ritirarsi in eremitaggio. Il complesso di Melville, cioè del cardinale francese eletto pontefice, che Nanni Moretti, tornato psicanalista dopo La stanza del figlio, si trova ad affrontare, è più un dramma della depressione senile, che porta ad un blocco della personalità di fronte al carico delle responsabilità. Ma come vedremo con un’inibizione in più, che affonda nel tessuto autobiografico. Bisogna partire dal fatto che nel conclave, come il regista racconta in modo illuminante nei primi quindici-venti minuti “documentaristici” del film, nessun cardinale, pur lusingato dalle quotazioni dei bookmaker che filtrano dall’esterno, desidera davvero in cuor suo di arrivare al soglio pontificio. In quel porporato consesso la competizione non è finalizzata a sopravanzare l’altro per giungere a conquistare la carica, come in tempi recenti si è visto con toni anche molto morettiani ne Il divo di Paolo Sorrentino, bensì a cercare di allontanare da sé quel sacro quanto immane fardello, e a scaricarlo sul proprio collega. Così papa Melville, nel momento in cui si trova a pochi passi dalla loggia della basilica vaticana per impartire la sua prima benedizione e fare il suo primo discorso da successore di Pietro, prima ancora che il più privilegiato e il migliore dei servi di Dio, si sente la più misera vittima sacrificata all’altare dell’amore per Lui: la sua accettazione inebetita e incredula dell’elezione fa da contraltare al sollievo che tutti gli altri cardinali avvertono nel ratificargliela, ma, quando la stretta complimentosa e venerante degli altri porporati si allenta, egli, rimasto solo con l’onore e l’onere della guida della cristianità cattolica, va in panico e scoppia a piangere (anche se la commozione del neoeletto per essere stato fatto papa è prevista dal rituale: nella "stanza delle lacrime", come viene chiamata la sacrestia della Cappella Sistina, egli può sfogarla mentre riceve per la prima volta i paramenti papali). Prima vengono convocati i medici, poi addirittura uno psicanalista, “il più bravo”: così i poveri cardinali, lungi dall’essersi affrancati dalla gravosa incombenza, si trovano sequestrati all’interno dei locali della Domus Sanctae Marthae fino a quando il loro eletto non deciderà di presentarsi ai fedeli (lo prevede il rigido protocollo “conclavare”). Ma il papa che non vuole esserlo fa anche di più: durante un’uscita fuori dalle mura del Vaticano, per una sessione con una collega di Moretti, cioè la sua ex moglie (Margherita Buy), che egli stesso gli consiglia capendo di non poter fare nulla di più, Melville approfitta del traffico dell’Urbe per sfuggire al controllo degli addetti alla propria sicurezza e perdersi per le strade della capitale (in verità, comunque, non si allontana mai molto dai paraggi di Città del Vaticano). Torna allora la domanda di partenza: come gestire un periodo di transizione così inusitato, così senza precedenti nella storia della Chiesa? Ed è qui che Moretti torna a campeggiare nella sua grandezza di ago dello sviluppo dei suoi film: quantomeno al cinquanta per cento. Perché, se è vero che a lui, il freudiano innovatore, partito per psicanalizzare il papa restio al suo ruolo, tocca ora organizzare il tempo dei cardinali “reclusi”, anche con metodi che sembrano mutuati da quelli della didattica rivoluzionaria cara al liceo “Marilyn Monroe” di Bianca, al portavoce papale, un convincente Jerzy Stuhr già visto ne Il Caimano, spetta l’ancor più delicato compito di tenere a bada la curiosità dei media, già convinti che il papa appena eletto sia morto, e nello stesso tempo di inventarsi un papa-fantoccio (una guardia svizzera corpulenta) per far credere ai cardinali che il Santo Padre si trova nel palazzo del Vaticano, nei suoi appartamenti, e sta maturando giorno dopo giorno la coscienza del suo ruolo. Si può dire che, in un film dove dominano le figure fragili e umane degli inadeguati (il papa che non ce la fa a sobbarcarsi un compito più grande di lui, lo stesso psicoanalista che getta la spugna, anche perché l’ambiente in cui è costretto a operare non è compatibile, cioè inadeguato, ai suoi principi professionali), il portavoce di Stuhr è l’unico che prova a rimanere l’uomo adeguato alla situazione: quando avverte che la situazione si fa ormai insostenibile, anche per la pressione sempre più insistita dei cardinali, egli, che comunque continuava a mantenere i contatti telefonici col papa fuggiasco, decide un’azione di forza, un blitz di tutto il conclave nel teatro dove Melville sta assistendo, vestito da normale borghese, a una rappresentazione del suo amato Cechov. Il drammaturgo russo era una passione sua, aspirante attore bocciato, e della sorella, che invece attrice lo era stata davvero. In quei giorni di latitanza il papa eletto si era perduto da un lato nel dolce naufragio dei ricordi della vita che aveva solo sognato, accarezzato (l’abbrivio, certo, glielo dà la teoria del “deficit di accudimento” della moglie di Moretti, ma si può credere che egli la interpreti in chiave personalistica: cioè mancato accudimento nei confronti dei suoi desideri, dei suoi sogni), dall’altro nella dolorosa constatazione che da quella vita era stato escluso per un fallimento personale, una bocciatura, e un’angoscia più atroce gli si spalancava davanti, al pensiero di provare ancora il fallimento in compiti ben più importanti. E forse aveva ammirato, e invidiato, la sicurezza nell’esibirsi di quel malato psichico che prodigiosamente conosceva a memoria tutto Cechov, e nel recitarlo non faceva distinzione tra le battute dei personaggi e i dettagli delle scene. Solo per un momento, chissà, potrà aver pensato che per sostenere un ruolo ad alta esposizione pubblica come il suo, senza ricadere in vecchi fantasmi personali, gli gli ci sarebbe voluto in quel frangente, come nel prosieguo, l’impermeabilità alle percezioni esterne degli alienati dal mondo, e l’incapacità, magari anche voluta, di capire il peso dei propri limiti. Proprio riflettere su questo, mentre viene preso e riportato in Vaticano, lo illumina nel decidere definitivamente sul suo futuro pontificale: per la prima volta nella storia del cattolicesimo, il papa fa il suo discorso di insediamento per annunziare l’ intenzione di abdicare al soglio. La folla dei fedeli è ammutolita, per i cardinali è una sciagura spaventosa.

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