mercoledì 8 gennaio 2014

The Butler

















A parte il finale, che è un sincero (e per questo perdonabile) affaccio apologetico sull’Obama age (comunque il naturale compimento di un percorso), il film è un’onesta traversata della storia dell’emancipazione dei negri d’America a partire dagli anni ’20 del Novecento. Non epica (siamo lontani anni luce dai tono biblici di saghe razziali alla Radici), però vigorosa, vissuta; antieroica, anzi per molti aspetti decadente. Decadente lo è senz’altro la pur bravissima Oprah Winfrey (nel ruolo di Gloria Gaines), donna non priva di vitalismo ma anche complessata, incline alla depressione e alla fuga nell’alcol, tanto gelosa del marito (che non vorrebbe condividere neppure col suo lavoro) quanto sostanzialmente indifferente, fuori dai limiti dell’amore materno, alle pulsioni ideali che animano i due figli. E decadenti, quasi pedine di un disegno fatalistico più grande di loro, sono anche tutti i presidenti della galleria dei ricordi di Cecil Gaines (Forest Whitaker): Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Reagan. Forse il paragone può  sembrare irriverente, ma, prese le dovute misure, non pare poi così assurdo affermare che un antesignano di The Butler, inteso come viaggio  attraverso più epoche della storia di un paese attraverso gli occhi di un protagonista-antiprotagonista in guanti bianchi e livrea, si può individuare nel cinema semi-trash italiano degli anni ’70, e cioè precisamente nel film Il domestico di Luigi Filippo D’Amico (1974): qui Rosario Cavadunni (Lando Buzzanca), “servo di casa” per formazione e vocazione, è un testimone attento ma privo di incidenza della storia d’Italia dalla rotta del ’43 fino allo sbarco dell’uomo sulla Luna e oltre, passando da una situazione all’altra e da un cambiamento di regime a un altro con animo immutato, fedele al motto, orgogliosamente ripreso da Seneca, per cui “Il servo non ha nemici, ma solo padroni”.  Anche Cecil vive la sua esistenza, il suo lavoro e la storia ispirandosi a un proprio motto, il lascito del suo mentore Maynard (Clarence Williams III): guarda con gli occhi dei bianchi, non cercare altro che di capire cosa possano desiderare. Ciò che distingue Gaines da Cavadunni, però, è che proprio del nostro è in realtà un travaglio interiore che richiama il Barabba di Anthon Quinn. In Cecil, infatti, da sempre è viva e presente una chiara coscienza razziale, che però egli costantemente tende a reprimere seguendo un superiore istinto di sopravvivenza. Sa bene, infatti, di essere un sopravvivente, scampato per miracolo alle angherie dei campi di cotone in cui lavorava da bambino, e dove ha visto morire il padre per mano di uno dei padroni; sa che i bianchi sono la piaga, eppure è proprio grazie alla pietà della matriarca della famiglia padronale,  Annabeth Westfall (Vanessa Redgrave), che abbandona la piantagione per muovere i primi passi come “negro di casa”. Si è rassegnato, cioè, alla realtà che, in un mondo iniquo per gli uomini della sua razza, le ingiustizie possono non piacere ma ci si deve piegare ad esse, perché accettandole si può anche trovare l’opportunità per tirare avanti senza soffrire, o soffrendo un po’ meno. Eppure, con tutto questo, non muore mai veramente la parte di lui che vorrebbe schierarsi a fianco del suo “popolo”, ma gli mancano la convinzione e l’ardire del primogenito, Louis (David Oyelowo), il futuro deputato democratico Louis Gaines, di cui condanna puntualmente tutte le esperienze di militanza politica, prima al seguito di Martin Luther King e poi nelle file delle Black Panters: ma si tratta, è evidente, di una condanna genitoriale che censura la profondissima ammirazione paterna per un figlio che, comunque, alla disapprovazione risponde con il disprezzo per un padre servo del “White System”.  Poi arriva il Vietnam, e le tristi vicende del secondogenito di casa Gaines, Charlie (Elijah Kelly), e per Cecil è come l’incendio di Roma per Barabba: ora il tempo è maturo per stare dalla parte giusta, senza più paura né tentennamenti, messi da parte anche i trofei da circo (il parallelo è sempre con Barabba, vedasi), come la cena di gala offertagli da Reagan e signora per premiare il suo lungo stato di servizio alla Casa Bianca; è giunto infine il momento di andar via dalla magione dove per secoli furono ordinatI e pianificati i soprusi subiti da generazioni di neri; è arrivata l’ora di ricongiungersi col figlio, nel nome di Mandela: la liberazione del leader sudafricano della lotta contro l’apartheid è infatti la nuova battaglia di Louis, tornato ad essere un attivista pacifista. Neanche il tempo di un abbraccio al termine di un discorso tenuto dal giovane Gaines a pochi isolati dalla Casa Bianca, che padre e figlio si ritrovano insieme dietro le sbarre : per Louis è la diciottesima volta, per Cecil, il “nero compromesso col sistema”, la prima in assoluto, ma è una liberazione, la rottura di quelle catene da cui si era convinto di sentirsi protetto.

In ultimo bisogna spendere due parole sui presidenti americani che si susseguono nel corso del film, e della vita di Cecil. L’Eisenhower di Robin Williams è una sorta di imperatore filosofo, che farebbe a meno del potere per dedicarsi interamente alle sue tele e ai suoi oli. Il Kennedy a cui dà espressione James Marsden è un giovane politico tanto pieno di slanci entusiasti quanto impreparato, destinato a scomparire proprio quando cominciava a rendersi conto della sua missione. Lyndon Johnson, interpretato da Liev Schreiber, è un uomo solitario, afflitto dalla stipsi; misantropo per natura, non si fida dei propri collaboratori, a cui preferisce i cani e persino i negri. Richard Nixon, versione John Cusack, è un politico divorato dall’ambizione e dall’emicrania, immerso costantemente nella penombra come una figura mefistofelica. Ronald Reagan, col volto di Alan Rickman, è un despota illuminato, capace di grande generosità con gli amici (e i servi) così come di essere crudele e implacabile con nemici e oppositori. Su tutti, però, svetta il personaggio di R.D. Warner (Jim Gleason),  l’evoluzione in giacca e cravatta del più classico negriero, così come Nancy Reagan-Jane Fonda è, in un certo senso, una Annabeth Westfall in formato-first lady.  

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