sabato 22 febbraio 2014

La fontana delle Naiadi

Una fontana molto amata da Mussolini, che la definì <<primo saluto d’arte della capitale>>. Il motivo è evidente, si tratta infatti del primo monumento (scultoreo) visibile a Roma da chi vi giunge col treno – la stazione Termini è a due passi, e si chiama così, com’è noto, perché si trova di fronte alle terme di Diocleziano, che sono proprio accanto al nostro monumento. Oggi, in realtà, le cose non stanno proprio in questo modo: a voler essere pignoli, infatti, il primo monumento che si vede appena usciti dalla stazione è la statua di Giovanni Paolo II di Oliviero Rainaldi, e quindi la fontana delle Naiadi è oggi retrocessa a secondo saluto d’arte della capitale, ma anche così fa sempre il suo bell’effetto. Spettacolare. E ovunque ci si posizioni per guardarla: non soltanto da qualsiasi angolo di piazza Esedra (o piazza della Repubblica, ufficialmente), ma anche da piazza San Bernardo, appena sbucati da via XX Settembre, avendo alla propria sinistra la fontana del Mosè, o provenendo da via delle Quattro Fontane: questa è l’angolazione ideale per ammirare, a distanza, la compattezza delle terga di Glauco, flagellate ma non straziate dalla sempiterna frustata idrica che prorompe dalla bocca del delfino a cui è avvinghiato. O tornando da via Nazionale, all’altezza dello store della IBS: da qui si può godere invece un Glauco di profilo, che sembra intento a contenere malamente il decollo di un missile acqueo.
Una fontana monumentale è nella stragrande maggioranza dei casi, si sa, una mitoplastia, parola ripescata dal vocabolario greco che significa “rappresentazione plastica di un mito”. Si potrebbe dire, anzi, che mitoplastia è proprio il sinonimo tecnico più adatto per definire una fontana monumentale, magari con l’aggiunta del prefisso idro-. In genere una idromitoplastia è un gruppo sincategorematico, in cui vige, cioè, una rappresentazione scenica unitaria. Nel caso della nostra fontana, invece, dobbiamo parlare di idromitoplastia categorematica: la fontana delle Naiadi ci appare, infatti, come una collezione di metope tridimensionali, di scene, cioè, sostanzialmente distaccate l’una dall’altra, che possono essere guardate separatamente, per così dire,  dal quadro generale. Questo forse deriva dal fatto che in origine la fontana era costituita da quattro gruppi con Naiadi e animali (e ancor prima da leoni, quelli che oggi stanno a piazza del Popolo), posti ai punti cardinali, e nient’altro. Il Glauco col delfino, culmine della fontana, realizzato dallo scultore Mario Rutelli come le altre statue, venne solo dopo. Nella mitologia la figura di Glauco ha naturalmente attinenza con le Naiadi: egli nacque infatti da Poseidone e da una naiade, e divenne un dio del mare, quasi un vice-Poseidone, venerato da pescatori e marinai. Ma resta isolato nella grandezza “fragorosa” della sua delfinomachia: così come, prima che esso comparisse al centro della scena, non  c’era reale “interazione” tra gli altri gruppi scultorei che gli fanno da corona: la Naiade degli oceani su un cavallo selvaggio, che rappresenta le tempeste marine, la Naiade dei fiumi avvinghiata a un mostro fluviale (in modo piuttosto laocoonteo), la Naiade delle acque sotterranee, distesa su un drago, e la Naiade dei laghi, con un cigno. Eppure, se esiste una sindrome di Stendhal per l’ammiratore delle fontane, di fronte alla nostra il suo manifestarsi è quasi certamente da mettere in relazione alla categorematicità della sua struttura: basta infatti soffermarsi su un particolare di una delle Naiadi, e subito dopo volgere lo sguardo al Glauco, per sentirsi immediatamente rapiti, intrappolati nel tumulto acqueo che si consuma dentro la vasca, e alienarsi dal mondo al di fuori di essa. Non è proprio la classica sensazione stendhaliana di vertigine e svenimento: è più un senso di coinvolgimento a fior di pelle, un brivido, la sensazione di essere raggiunti e trafitti da un dardo cristallino, di venire travolti dalla doccia impetuosa che schiuma da un gigante, da un mostro di pietra, o di metallo. È, in pratica, l’impressione di divenire noi stessi parte integrante della vicenda vitale della fontana, di fontanificarci.  
Tecnicamente la fontana si compone di una vasca principale al centro della quale si trova una vasca secondaria o bomo (greco,piedistallo, ma anche altare), che è il supporto del Glauco; essa è arricchita da una corolla di zampilli. Da questa si dipartono quattro zoccoli, basi delle Naiadi, che terminano con delle vaschette a sigma lunato comunicanti con la vasca madre; sempre dal bomo si alzano quattro ali idriche, il getto di altrettanti ascostomii (boccucce a sacco), che colpiscono le Naiadi alle spalle. Il Glauco delfinomaco (o meglio tritonomaco) visto frontalmente, cioè in pratica venendo dalla stazione Termini, può ricordare alla lontana l’iconografia del Mitra tauroctono. Una forzatura? È indubbio però che, tanto Rutelli quanto l’ignoto autore ellenistico del gruppo mitriaco, hanno voluto in fondo esprimere lo stesso concetto: lo scontro muscolare tra la vigoria virile e la natura belluina, acquatica in un caso, terricola in un altro. 

                                                                                           (da Ouvertures romane)
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