Prefazione del racconto ERITROPORIA
Eritroporia. Racconto cromato-fantascientifico in forma di soggetto per una saga mitologica. Protagonista è Marte, il dio rosso e del rosso, e con lui tutte le gradazioni del colore della guerra e della passione.

"Dopo la fine dell’età classica gli dei dell’Olimpo colonizzarono i pianeti che oggi portano il loro nome. Giove si portò dietro una parte dei Titani e dei Ciclopi (un’altra parte invece la spedì a colonizzare i pianeti a cui diede il nome rispettivamente del nonno e del padre), i Centimani e gli eroi, e inoltre tutte le donne al di fuori della comunità degli dei; le dee, infatti, eccetto Persefone, che continuò a stare accanto a Plutone, preferirono seguire Venere, e costituire un regno autonomo fondato sulla  consapevolezza femminile. Questo regno venne via via ad essere popolato anche da tutte le amanti deluse di Giove. Fulcro di esso era la capitale, Carpismo, che in greco significa Emancipazione. Sul suo tempio principale, che era poi anche la sede del governo, campeggiava questa scritta: La donna ha la bellezza come condizione spirituale e l’indipendenza come orizzonte di vita. Carpismo si trovava in quel continente noto col nome di Eugea. Nettuno vagò fino a quando non trovò un globo completamente coperto da masse liquide, che sembravano distese oceaniche in tumulto. Decise di stabilirsi lì, ma, soffrendo di solitudine, ben presto fabbricò colossi in pietra di sirene e tritoni, per tutta la superficie del pianeta, e poi trovò il modo di animarli con giochi d’acqua, e così chiamò il suo nuovo regno Pegocosmo. Anche Mercurio e Marte seguirono la sorte che spettava loro; tuttavia la vicenda  di quest’ultimo fu diversa da quella di tutti gli altri dei: egli infatti fu l’unico a trovare sul suo pianeta degli abitanti, gli Eritrantropi, un popolo indigeno governato dalla regina Magenta.
Quando Marte arrivò sul pianeta che è detto anche “il rosso”, Carminio, il re degli Eritrantropi e marito di Magenta, era morto ormai da circa tre anni.  Da allora a difensore della regina, e quindi dello stato,  era assurto il fratello di Carminio, Amaranto, già segretario reale; egli era vedovo e non aveva mai fatto mistero di mirare alla mano di Magenta.  Comunque il suo scopo principale era quello di contrastare gli intenti di Vermiglione, il comandante in capo dell’esercito pronto a scardinare il regno. Questi infatti non era affatto un Eritrantropo, bensì il nipote del re  dei Granati,  un popolo confinante con gli Eritrantropi che era stato sottomesso da Carminio. Così, quando suo zio, il re Scarlatto, veniva deportato a Rubria, la capitale degli Eritrantropi, e condannato al carcere perpetuo, il piccolo  Vermiglione, giunto anch’egli in ceppi, fu affidato all’esercito perché crescesse da guerriero al di fuori di ogni affetto familiare. Ne venne fuori il più grande generale che i soldati eritrantropi potessero ricordare; in realtà molti lo chiamavano anche “il barbaro” e diffidavano di lui, temendo che presto o tardi avrebbe brigato per prendere il potere; Queste voci di sicuro dovevano essere giunte anche alle orecchie di Carminio, che negli ultimi tempi era diventato più sospettoso nei suoi confronti; e non mancava chi spargesse la voce della non estraneità di Vermiglione alla morte di Carminio. Di una cosa però si poteva essere certi: dalla morte del sovrano Vermiglione aveva tentato in tutti i modi di mettere sul trono di Rubria il vecchio zio, cacciandone Magenta. Dunque contro quest’uomo si era costituito baluardo del regno, e, di fatto, successore di Carminio il fratello Amaranto: poteva contare sulla fedeltà della maggior parte dell’esercito, mentre a Vermiglione rimanevano i reparti formati dai suoi connazionali più altre unità che era riuscito a legare a sé grazie a vincoli finanziari.
Ora accadde che alla vigilia di una battaglia decisiva, quella del monte Kokkinos,  Vermiglione e i suoi uomini potessero avvalersi dei temibili Pirocini, cani dalla pelle infuocata capaci di polverizzare col loro alito intere armate. Era fauna tipica del paese dei Granati, che solo loro sapevano come allevare. Amaranto si vide allora costretto a ricorrere alla scienza dei suoi avi: inviare per via siderale una richiesta d’aiuto che potesse essere raccolta da un messaggero vagante nello spazio e trasmesso a un campione d’armi di un qualsiasi altro pianeta. Sulla traiettoria di quel messaggio si trovavano proprio Mercurio e Marte, che viaggiavano insieme dopo la partenza dall’Olimpo. Mercurio, che messaggero lo era prima dell’inizio dei tempi, fece il suo mestiere di sempre e captò quella richiesta, che gli parve subito fare al caso di Marte: mai infatti avrebbe creduto che quel guerriero si sarebbe accontentato di coabitare con lui nello stesso pianeta. A Marte non parve vero di poter ricominciare a vivere con qualche nuova battaglia da combattere: perciò, salutato Mercurio, prese dal suo bagaglio i cavalli dei Dioscuri, la clava di Polifemo, la spada di Achille (durante la guerra di Troia aveva chiesto ad Efesto di farsi riprodurre le armi di tutti i principali eroi in campo, per ragioni collezionistiche) e il suo scudo spaccamontagne e si allineò nei ranghi dell’esercito degli Eritrantropi agli ordini di Amaranto.
Ai piedi del monte Kokkinos, con Marte che combatteva al fianco degli Eritrantropi, avvenne qualcosa che renderebbe qualunque cronaca inverosimile; i cavalli dei Dioscuri, da soli e senza conducenti, misero in rotta le avanguardie dei Granati; Marte, volando come un ragno da una cima all’altra  del monte, seppellì sotto quintali di roccia le retroguardie, e poi, con rapide discese, spediva agli Inferi i temuti canidi a colpi di clava. Per gli Eritrantropi fu quindi gioco facile prevalere sulle restanti forze di Vermiglione, a cui non restò che ritirarsi. Quello fu un gran giorno di festa per Rubria: Marte fu portato in trionfo e osannato da Amaranto per tutta la città. Finché non avvenne l’incontro tra lui e la regina.
Il loro amore si rafforzò durante le molte lunghe passeggiate nelle quali Magenta lo guidava alla scoperta di Rubria, dei suoi tesori artistici e architettonici. Insieme entrarono nella casa dei Rotteni, il collegio sacerdotale della città; e sostarono ai piedi del monumento dei padri Redii,  i progenitori degli Eritrantropi. Ma a Marte sembrava interessare soprattutto l’aspetto antropologico: sarebbe rimasto ore a sostare in un punto qualsiasi della città, dimentico di tutto il resto,  per osservare com’erano fatti gli abitatori del pianeta. Vide e si stupì come gli Eritrantropi, lungi dall’avere un’immagine ripugnante, fossero molto simili a quelli che i Terrestri chiamavano amigdalopidi e vivevano nell’Asia più estrema. Solo avevano una pelle decisamente più rossa. Tuttavia, in media, erano più alti dei loro quasi equivalenti terrestri. La cosa più affascinante ed inquietante ad un tempo è che tutti potevano disporre di un occhio che si apriva proprio al centro del palmo della mano, e che serviva come una sorta di supporto della memoria. Magenta, però, appariva diversa dal resto del suo popolo: era quasi simile ad una dea o ad una donna terrestre, se si eccettuano i capelli di un rosso fragola, l’unico tratto eritrantropico chiaramente visibile in lei. Aveva lineamenti delicati, sguardo soave, portamento più solenne di qualsiasi sorano mortale; in una parola, si sarebbe detto che era fatta per l’Olimpo.
Il giorno dell’annuncio delle nozze di Marte e di Magenta il cuore degli Eritrantropi fu sconvolto in realtà da un altro proclama, uscito dalla bocca della stessa regina.  <