venerdì 25 dicembre 2015

Fabrizio d'Arabia

Un racconto semistorico



Lo sceicco  Abdel Tariq Noussar ascoltava con somma attenzione, e potremmo dire con religiosa ammirazione, il racconto di uno dei dotti alla sua corte, Ibrahim Khader. Il suo consigliere e braccio destro.
<<Eccellenza, sentii raccontare questa storia quando andai in Europa, in quella terra che chiamano Epiro. Dicono che un antico re di quella gente che la abita, Pirro, andò a portar guerra in Italia contro i Romani. Ufficialmente doveva dare aiuto ai Tarentini, greci della penisola, ma la sua intenzione segreta era quella di crearsi un regno lì. Orbene, quando un console romano, Fabrizio, fu mandato presso quel re per avviare una trattativa, Pirro pensò bene di terrorizzarlo un po’ ponendolo faccia a faccia con quel gigantesco animale che i Romani temevano tanto. Un elefante, sì. Pirro preparò le cose in modo che, ad un determinato momento, la proboscide dell’elefante facesse capolino dentro la tenda. Ma Fabrizio che, probabilmente, si aspettava, una mossa del genere, dopo un iniziale, visibile  sgomento si fece forza e mantenne un’ammirevole impassibilità. Persino il re epirota, alla fine, non poté fare a meno di lodarlo, seppure in cuor suo>>.
Lo sceicco era deluso: in realtà si accingeva ad ascoltare chissà quale illuminante parabola. <<Un elefante mi dici, mio caro Ibrahim? Ma che paura potrà mai fare un elefante?>>
<<Be’, eccellenza, devi tenere conto che quei Romani non avevano mai visto un elefante in vita loro. Non è come per noi, che con le carovane ci spostiamo in India o in Africa e li vediamo, e tu stesso, mio magnifico, nella tua riserva faunistica personale ne hai di splendidi esemplari. Quando lo videro per la prima volta, allorché giunsero al primo scontro campale con Pirro, si trovarono talmente sprovvisti di termini per dargli un nome, che dovettero fare un audace paragone con il bue, animale con cui avevano senz’altro maggiore dimestichezza. Lo chiamarono, infatti, bue lucano, perché proprio in quella terra che è detta Lucania ebbero a che fare con esso, come non era mai successo prima.>>
Silenzio. <<Ma non è questo il punto, mio signore.>>
<<Volevo ben dire>>, replicò lo sceicco.
<<Il punto, mio signore, è che potremmo ripetere una situazione simile per il pregiato ospite che sta per raggiungere la tua dimora. Quell’ospite, io dico, riluttante a concludere quell’affare per quella fornitura di caffè, affare che è sul tavolo da ormai gran tempo.>>
Lo sceicco tornò a farsi incuriosito. <<Che mi proponi, mio illuminato?>>
<<La mia idea, o splendido, è quella di cercare di procurargli uno spavento come quello che Pirro avrebbe voluto dare a Fabrizio. Dobbiamo cercare una belva da addestrare in modo che sembri feroce all’inizio, e poi, dopo un po’, si ammansisca. E, proprio poco prima che la belva, da feroce, si faccia docile, dobbiamo dare a bere all’ospite una tazza del tuo celeste caffè, facendogli capire che, assumendolo, egli diventerà temibile per qualsiasi fiera. E così, o magnifico, tu concluderai l’affare, come assolutamente meriti.>>
Lo sceicco pensò qualche istante, poi sorrise. <<Pensi che il mio ospite possa essere così sprovveduto, Ibrahim?>>
<<No, signore. Non più di quanto potesse esserlo Fabrizio, in verità.>>
Circa nove giorni dopo quel colloquio, arrivò nella terra dello sceicco l’atteso cliente. Nessuno poté mai capire per quale alchimia  Noussar fosse riuscito ad entrare in affari con un venditore di pellicce siberiano, Nagly Okulojy, un uomo molto ricco nella sua terra, e proprio per questo acquirente ambito dallo sceicco.
Okuloj era arrivato da Noussar con una slitta fabbricata nella sua terra, e trainata da animali dal pelo grigio, simili ai lupi: essi, però, disabituati al caldo dei deserti dell’Arabia, finirono con lo stramazzare all’improvviso, sicché un beduino che si trovava a venirgli incontro dovette prestargli due cammelli. Appena arrivò al cospetto dello sceicco, questi lo salutò con deferenza e gli chiese, per rompere il ghiaccio: <<Ma lo sai, mio caro, che questi animali si possono anche cavalcare?>>. Si riferiva, naturalmente, ai cammelli.
Okulojy  aveva sentito parlare, e assai bene, delle proprietà riscaldanti del caffè, e si era messo in testa di commerciarlo anche nel suo Paese. Non aveva capito granché bene come prepararlo, in realtà, ma poco importava: che lo avesse acquistato da Noussar o dal suo rivale, il principe del Khorasan, Ali Abdel Hassi, avrebbe comunque avuto a sua disposizione un consulente per la macinazione e la bollitura del caffè, disposto – dietro pagamento – a farsi un lungo soggiorno nel freddissimo Nord Europa.
<<Salute a te, sceicco>>, disse l’ospite. <<Non provengo direttamente da casa mia, ma dalle terre del principe Hassi. Sono passato a far visita prima a lui. Spero che non ti dispiaccia, magnifico signore.>> 
Per un attimo Noussar e il suo consigliere Ibrahim si guardarono negli occhi. <<Hai fatto buon viaggio, carissimo?>>
<<Ah, che posti ostili ho attraversato, che lande desolate, quali minacce silenti eppure incombenti. Ho visto i miei cani morire, e sono stato costretto a tirare avanti, senza batter ciglio. Davvero non so, mio signore, non so che altro il destino potrebbe riservarmi per avere paura.>> E si asciugò il collo con un fazzoletto di fortuna.
Ibrahim ebbe un’illuminazione strana negli occhi. <<Mai sentirsi sicuri di non avere più occasioni di avere paura, se posso intervenire.>>
In quella entrò lei, Leyla. La nerissima, elegantissima pantera dello sceicco dal carattere mansueto. Ma che, nei giorni precedenti l’avvento di Okulojy, com’era stato pianificato dall’astuto Ibrahim,  era stata addestrata a fingere ferocia. Per renderla ancora più spaventevole le era stato applicato un collare tempestato di punte acuminate.
Allah, forse, tifava per gli affari di Noussar. Voleva provare ancora una volta una sensazione di paura, Okulojy, di vera paura. Be’, eccolo servito.
Che attrice, quella Leyla. Eccola apparire, i baffoni arcigni, come una tigre o un leone pronti ad avventarsi sulla preda. Zampe anteriori pronte al decollo, fauci spalancate. Conosceva le tigri siberiane, Okulojy, ma felini neri, così neri, probabilmente sicuramente non ne aveva mai viste. Si fece terreo in volto, il povero Okulojy, sentì che il cuore gli stava scappando dal petto, eppure il suo corpo si era fatto una statua. Si volse disperato a guardare lo sceicco.
Questi si lisciava il baffetto, sotto la keffiah. <<Tranquillo, questi animaloni scuri come la morte ci fanno un baffo. Grazie al nostro caffè, ci rendiamo spaventosi ai loro occhi. Osserva la bestia: non osa guatarci. E sai perché è entrata? Perché ha fiutato che qui dentro c’è qualcuno che non ha mai bevuto il mio caffè. E sei tu, mio caro.>>
Okulojy non se lo fece ripetere due volte. <<Sì, un caffè, un caffè, datemi un caffè dello sceicco, presto, ve lo pagherò oro.>>
Gli accordi a suo tempo stabiliti volevano che chi dei due concorrenti, lo sceicco o il principe,  fosse riuscito ad aggiudicare la sua fornitura, sarebbe stato pagato con tre sacchi d’oro.
La pantera ringhiò. Oulojy ebbe il suo caffè, e lo trangugiò letteralmente.  <<Ma cosa vuole ancora? Ho bevuto il to caffè, sceicco. Adesso dovrebbe avere paura anche di me.>>
<<Caro il mio Okulojy, a dir la verità la bestia si spaventa non soltanto perché beviamo il caffè, ma anche perché, come die, la bestia percepisce che quel caffè è una “cosa nostra”. Diventerai veramente temibile quando mostrerai che quel caffè appartiene anche a te, comprandolo.>>
Okulojy gettò tre sacchi d’oro ai piedi dello sceicco. Vide che la pantera non faceva alcuna mossa.
<<Sì, è mio, è anche mio adesso il tuo caffè. Lo voglio, lo prendo tutto.>>
Noussar comandò che un inserviente raccogliesse l’oro del compratore, non prima di avergli rivolto un deferente inchino.
<<Hai fatto la scelta più saggia, caro Okulojy. E ricorda: sarai temibile agli occhi di tutte le bestie feroci solo se ti impegnerai a consumare esclusivamente il mio caffè. Voglio avvertirti che se provi a mescolarlo ad altri caffè, il mio perde il potere particolare che ha.>>
L’inserviente che aveva raccolto l’oro porse all’ospite il primo sacco di caffè. Leyla scappò a zampe levate, aveva recitato benissimo il copione concepito da Ibrahim. Che si era già ritirato nelle sue stanze, gongolante per la sua gioia.
<<Ma sì , sceicco caro. Il principe aveva cercato di convincermi a comprare il suo caffè facendomelo servire dalle sue odalische. Mi aveva detto che mi avrebbe  reso l’uomo più sensuale del mondo. Ma a che mi serve la sensualità, se posso essere  un uomo più temibile della più temibile fiera? Comprerò solo il tuo, di caffè, e dal principe e dalle sue leggiadre odalische non tornerò nuovamente.>>




Così si congedò Okulojy. Per l’ennesima volta lo sceicco, grazie al suo impareggiabile consigliere, aveva soffiato un ricco affare al principe suo rivale. E così continuò ad accadere, per molti e molti anni ancora. 

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