giovedì 24 dicembre 2015

Il primo triumvirato

Racconto fantastico


Ad un certo momento Nettuno pensò di non essere più in grado di gestire da solo quella grande massa acquea che si estendeva da una parte all’altra del globo, e pensò di associarsi nel governo del mare tre specie di animali marini di cui aveva avuto modo di apprezzare le qualità, non solo etologiche.
E dunque chiamò a sé un delfino, conoscendo la sua propensione ad avere rapporti finemente diplomatici anche con creature assai estranee all’habitat marino, e in primis l’uomo, la più temibile e complicata di tutte; poi un luccio, predatore temibile ma non accompagnato da fama di terrorista come gli squali (e però capace di intrattenere dialoghi con essi); infine un tonno, in rappresentanza dei pesci qualunque, buoni più per essere pescati che per essere protagonisti nella storia dei fondali marini. Non che non fosse anch’esso un predatore provetto, ma, avendo il sangue caldo, era considerato un “predatorino”, per così dire, che non si stagliava nella massa degli altri predatori medio-piccoli. 
Una sera Nettuno e i tre natanti designati si riunirono presso le coste di un’isola africana. Dicono che uno scultore europeo, giunto in vacanza da quelle parti per trarre ispirazione, abbia assistito al summit e abbia cercato di farne uno schizzo, che avrebbe poi dovuto tramutarsi in una fontana monumentale per una città tedesca. Ma fu preso per visionario, e gli preferirono il progetto di un collega, che proponeva un più classico Mercurio.
Nettuno stava davanti a loro, assiso su un sedile galleggiante color porpora, in mezzo ad una piattaforma a ferro di cavallo, anch’essa galleggiante, ornata di fiaccole: sembrava un’esedra priva di cupola. Il delfino, il luccio e il tonno lo ascoltavano restando comodi nel loro elemento.
“Ho deciso di associarvi nella gestione del mondo marino. Mi farò garante di un patto tra voi, che in base ad esso vi spartirete il governo del mare. A te, delfino, darò i rapporti con le specie fuori dalle acque. A te, luccio, il compito di dialogare con tutti i gruppi estremisti che spaventano le specie più indifese viventi sotto di esse. E a te, tonno, la facoltà di rappresentare lo sterminato ceto medio del mio impero.”
Detto ciò, il dio si reimmerse tra i flutti. I triumviri, invece, presero possesso delle loro province. Ora accadde che il luccio, durante una trattativa, venisse preso in ostaggio da una banda di pesci martello, perché alcuni altri lucci  avevano sterminato una colonia di piccoli ciprinidi su cui quegli squali rivendicavano la priorità. E mentre essi si erano già disposti in circolo intorno al povero triumviro e stavano per iniziare la danza della morte, sopraggiunse il tonno, che, astutamente, aveva fatto con una comunità di alici come il pifferaio magico con i bambini di Hamelin. Quando lui e suoi seguaci giunsero in prossimità della zona defilata dai pesci martello, si defilò e lasciò che le povere alici venissero a contatto con quelli. Che, dimenticatisi completamente del luccio, si avventarono sulle nuove prede. Così il luccio poté scappare, e congiungersi con il tonno. “Beato te, che sei un predatore ma non hai l’aria del predatore. E i pesci piccoli, quando ti è utile, sono anche disposti a seguirti.” “Il predatore non si vede solo dai denti acuminati, ma anche dalla capacità di saper affascinare chi pensa di potersi fidare di te, e di rovinarlo illudendolo di fargli un piacere.” Il luccio capì che in politica l’avventuriero senza scrupoli è sempre più forte del predatore più feroce. Lo capì anche Nettuno, che estromise il luccio dal triumvirato e lo trasformò così in duumvirato.
Rimanevano, dunque, sulla scena, il tonno machiavellico e il delfino gran maestro del dialogo inter-creaturale. Successe, però, che il delfino, fine signore della  diplomazia, inciampasse proprio in un incidente diplomatico. Giocando con un piccolo essere della specie degli uomini, infatti, non poté evitare che questi cadesse in acqua e che, non sapendo egli non nuotare, si trovasse presto in grandi difficoltà. Il delfino non pensò subito a prenderselo in groppa, ma, preferendo rispettare un preciso protocollo di comunicazione, si mise a strillare e ad agitarsi freneticamente, cercando di richiamare l’attenzione.
Ma, per quanto si dimenasse, non vedeva nessuno accorrere, e intanto aveva anche perso di vista il suo piccolo amico. Tornò, perciò, scoraggiato al cospetto di Nettuno, che severamente lo rimproverò per la sua condanna. Gli disse in faccia che davvero non credeva potesse essere discendente di quel cetaceo che tanto amorevolmente aveva soccorso Arione, e dunque gli disse che era fuori anch’egli dal patto di spartizione. Anzi, aggiunse che se avesse appurato che il tonno era sparito, avrebbe messo immediatamente fine a quel triumvirato. Dava al tonno un’ora di tempo per presentarsi al suo cospetto.
E il tonno arrivò, quindici minuti prima che la scadenza scoccasse. Disse che avrebbe potuto presentarsi anche prima, se non avesse salvato un piccolo uomo e lo avesse lasciato al sicuro su uno scoglio. Il dio del mare capì, allora, che il tonno, che gli sembrava l’anello debole di quel patto tripartito, era in realtà l’essere più politico del gruppo. Capace di battere i nemici con l’inganno a spese degli inerti, per salvare se stesso e gli amici, e nello stesso tempo pronto ad approfittare delle mancanze degli amici, per battere anche loro.  Quindi diede a lui anche le competenze che erano state riservate al delfino. Per un bel po’ di tempo, fino a quando quel tonno non venne preso all’amo da qualcuno persino più furbo di lui, il ricordo stesso della parola “triumvirato” fu cancellato da un altro vocabolo, “tinnocrazia”.
Ma chi pescò e mangiò quel tonno, gli fosse anche capitato sott’olio, in scatola, probabilmente era destinato a diventare un grande statista o un grande condottiero.  

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