martedì 2 agosto 2016

Sei storie di quaderni - Una saga


Sì, lo ammetto: mi piace partecipare ai concorsi letterari, sia quelli indetti nelle grandi città che in provincia. Per gli autori che non hanno ancora raggiunto il successo commerciale (o che sono ben lungi dal coglierlo) sono occasioni stimolanti: ti danno la possibilità di viaggiare, di farti conoscere da un pubblico nuovo (seppur piccolo) e di entrare in contatto con altri aspiranti scrittori (o anche hobbisti del bello scrivere, perché no). Personalmente, poi, a me piace organizzare il viaggetto, pagare la (modica) quota d’iscrizione, quando c’è, prenotare i biglietti del pullman o del treno, così come l’albergo (sì, lo ammetto, preferisco l’albergo al b&b) e prepararmi, in un clima di semi-vacanza, alla cerimonia di premiazione. Oddio, premiazione: bene che vada, dei dieci concorsi a cui partecipo annualmente solo due-tre, in media, mi danno la possibilità di partecipare all’atto finale. Quindi già arrivare lì per me, a godermi l’atmosfera della trasferta, è una vittoria: vincere sul serio, poi, però, è un altro conto, e non è semplice.

Oltretutto poi i concorsi letterari si dividono in due categorie: quelli organizzati da associazioni culturali varie, che propongono podi caratterizzati esclusivamente da targhe e/o pergamene e/o medaglie (talvolta anche denaro, ma sempre abbondantemente al di sotto dei 1000 euro); e quelli organizzati dalle case editrici piccole-medie, che, oltre a proporre premi simbolici, offrono anche la possibilità della pubblicazione dei lavori presentati. Gratis? Sì, ma solo per il fortunato primo classificato del concorso; tutti gli altri finalisti, invece, se vogliono pubblicare, devono contribuire ai guadagni della casa editrice. Pagando, cioè, stampa, realizzazione grafica e distribuzione dell’opera.  C’è ancora un’altra distinzione da fare: ed è basata sulla “cornice cerimoniale”, che alcune case editrici tengono a fare. Altre, invece, inviano le proposte di pubblicazione direttamente a casa, senza disturbarsi ad invitare in qualche luogo (tranne, forse, i primi classificati, ma onestamente non saprei dire).

Detto questo, ecco il mio palmarés ai concorsi: un primo posto nella sezione fotografia del premio Proviero a Trenta (CS), per il libro “Piccole fontane di Cosenza” (e devo ringraziare il sostegno del mio editore di allora, Falco); un attestato di benemerenza (con relativa medaglia) per un quaderno didattico, “Piccola storia del tè”, che mi hanno spedito direttamente dal premio Florio di Licata (AG); una menzione speciale per un racconto teatrale che ho ricevuto (in contumacia) al premio Anco Marzio di Ostia, un attestato (che mi devono mandare a casa, perché, purtroppo, arrivai tardi alla premiazione) della vittoria nella sezione teatro al torneo Unicamilano a Milano e infine, giusto qualche settimana fa, una medaglia che celebra la mia vittoria nel voto su Facebook relativo alle opere del premio “Un fiorino”, tenutosi a Monterotondo. In questo caso è stato necessario che mi trovassi lì, nel cuore della provincia di Roma.

L’opera che presentavo in quel di Monterotondo era “Sei storie di quaderni”, una raccolta di racconti (sei, appunto) che avevo scritto quasi di getto nella primavera del 2015. Sono sempre stato affascinato dai quaderni (e intendo proprio i quaderni di scuola) come supporto basico per la scrittura, anche quella letteraria: i grandi scrittori, secondo me, devono  avere la fantasia per riempire degnamente un quaderno, prima di poter pretendere di passare a scrivere un libro (che poi sarebbe l’equivalente di cinque o sei quaderni riempiti completamente; se si tratta di maxi-quaderni forse tre o quattro, ma dipende pur sempre dalla densità e dalla grandezza della scrittura).  Dovrebbe esistere, anzi, un genere letterario vero e proprio, la quadernistica, in cui cimentarsi tra testi brevi, piacevoli alla lettura, e illustrazioni altrettanto piacevoli. Di questo e di altri concetti consimili parlo nella raccolta, che però non avrei mai scritto se, per la prima volta da quando svolgo questa attività, non mi fossi convinto di rispondere, con quanto scrivevo, alle esigenze di una casa editrice in cui mi ero imbattuto, per caso, su Facebook: Il quaderno edizioni. Bastò un nome così per entusiasmarmi, e per farmi mettere su carta tutto quel materiale sul mondo dei quaderni che mi ribolliva in testa. Vuoi vedere – pensavo – che riesco a tirar fuori la pubblicazione di bandiera per quell’editore? Vuoi vedere che non pretende neppure un contributo, e, pago appunto del fatto che gli sto cucendo un secondo emblema,  me lo fa pubblicare gratis? Mi sbagliavo, la presunzione non vince mai: Il quaderno edizioni fu, sì, lietissimo di accettare il manoscritto, ma mi fece anche capire che, essendo una casa editrice molto piccola – anzi, neppure una casa editrice, in realtà un’associazione culturale con un marchio editoriale collegato -, aveva comunque bisogno della collaborazione finanziaria dell’aspirante autore, che oltretutto doveva anche impegnarsi a distribuire le copie, dandosi per scontato i suoi agganci nell’ambiente librario della città in cui vive. E a quel punto, per la prima volta da quando ho iniziato a pubblicare, rifiutai di pagare. Pazienza, mi dissi, tutto sommato mi rimaneva pur sempre un lavoro interessante tra le mani da giocare nei vari concorsi. 

Ed eccomi a Monterotondo, poco più di un anno dopo: invitato d’obbligo, in un classico concorso di tipo B (cioè organizzato da una casa editrice locale), per aver vinto il famoso voto della giuria popolare (qualcuno su Facebook mi ha anche accusato di brogli, e lo ha fatto senza neppure troppo aplomb, ma il fatto è che sul social  network biancoblù coordino l’amministrazione di una  certa quantità di pagine da cui mi piace ricevere supporto promozionale, e non ci vedo nulla di male). Ma… chi vince nel voto popolare non vince mai il primo premio: è la tradizione, mi dissero gli organizzatori subito dopo avermi consegnato la medaglia. E in quell’istante, allora,  sentii immediatamente di aver aggiunto, sì, un nuovo souvenir al mio cassetto, ma anche di aver mancato, per l’ennesima volta, l’obiettivo di pubblicare gratis. La vittoria assoluta andò alla ragazza che era sicura di stravincere anche nel voto online grazie alle sue agguerrite schiere di amici e gregari (magari lo meritava più di me, dal punto di vista dell’appoggio amicale, ma io posso dire di aver ottenuto la vittoria grazie al mio marketing), e a lei andò, naturalmente, anche la possibilità di essere pubblicata senza spese, insieme alla signora che si era aggiudicata la menzione speciale. Per il vincitore della social medal, insomma, nessun’altra soddisfazione, a parte quel dischetto metallico inciso: ma mi feci illudere dalle parole dell’editore, una persona che dal primo istante ho reputato simpatica, cordiale, dai modi franchi. “In ogni caso anche tutti gli altri che hanno partecipato riceveranno una proposta di pubblicazione”. Mi si riaprì il cuore: forse la sensibilità dell’editore nei confronti degli autori emergenti potrà finalmente consentirmi di avere l’agognata opportunità, mi dicevo rinfrancato.

Be’, credo di aver frainteso le sue parole. Purtroppo. Un’opportunità di pubblicazione – questo era certo – la si concedeva a tutti, per il semplice fatto di aver partecipato al concorso. Ma a quel livello non c’era più differenza tra un’opera che non aveva ricevuto neppure un voto su Facebook e un’altra che ne aveva ricevuto più di tutte. E già, perché a quel livello subentrava la volontà dell’autore di sobbarcarsi il solito, maledetto piccolo costo. Non si scappa, no, è la solita legge dei concorsi di tipo B. E no, non è colpa dell’editore, che probabilmente quel tipo di logica lo dava per scontato, la colpa è solo mia, che ci ho creduto. Quando mi ebbe formulato la sua proposta, inizialmente dissi di sì, poi però dopo poche ore virai sul no, in modo sempre più deciso e irreversibile. La mia incoerenza non gli piacque. Neppure a me piacque scoprirmi inflessibile di fronte ad un importo comunque inferiore rispetto ad altri, che mi ero sobbarcato in passato. Ma lo feci per rimanere fedele ad una linea che mi stavo imponendo, e cioè non pagare per pubblicare oppure non pubblicare per niente, e mettere da parte.

Conclusione: ho pubblicato gratis in formato epub “Sei storie di quaderni” su Amazon,  iTunes e Google Play. Già in precedenza lo avevo proposto in formato digitale su ebookservice (sempre gratis, e lo si poteva scaricare anche gratis). È destino, evidentemente, che un’opera che parla di paper friends non debba conoscere una consistenza cartacea. Per fortuna che esistono gli e-book, comunque, grazie a Dio! 

https://play.google.com/store/books/details?id=dm3DDAAAQBAJ

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