domenica 9 aprile 2017

Escatodipnologia



Un post che dedichiamo volentieri al periodo di Pasqua. Escatodipno significa, in sostanza, “ultima cena”, e l’escatodipnologia potrebbe essere la scienza che la studia (il suo oggetto, non sarebbe neanche il caso di precisarlo, è l’ultima cena di Cristo). Questo è il primo di una serie di articoli che dedicheremo alle eca-scienze, cioè le scienze che non ci sono ancora ma la cui esistenza è intuibile (proprio come gli elementi in potenza di Mendeleev). A sua volta l’escatodipnologia è (potrebbe essere) una sottoscienza della sitologia, altra eca-scienza che studia l’alimentazione e i pasti, al di là dell’aspetto meramente nutrizionale (che, com’è evidente, è tutto un altro ambito).
Nucleo dell’ultimo pasto terreno del Messia, consumato a Gerusalemme da Lui con i suoi tredici apostoli nel giovedì fatale che aprì la due giorni della Passione,  è l’artoceno, cioè l’associazione di pane e di vino che, da semplici cibi, peraltro piuttosto poveri, diventano elementi simbolici complessi. Com’era questo pane? Certamente era un azzimo, il più consumato sulle tavole degli ebrei; e com’era il vino? Era senza dubbio un vino di qualità ordinaria, comprato da un bottegaio non distante dall’alloggio della compagnia. D’altronde, se il Graal era un modestissimo calice di legno (e così anche i calici a disposizione dei discepoli), è più che probabile che dovesse ospitare una bevanda ugualmente modesta. Ma c’erano altre pietanze sul tavolo che cambiò la storia dell’umanità? Chi si ricorda il film Il re dei re  ricorderà anche che Gesù, ad un certo momento della cena, prese in mano delle verdure piuttosto fini, e le chiamò erbe amare (probabilmente una mossa della sceneggiatore per creare una metafora da affiancare all’ “amaro calice”). Non è escluso che ci fosse anche del pesce, altro elemento simbolico potente nella cultura cristiana: in fondo non si può non considerare che Pietro, già leader nel gruppo degli apostoli, e suo fratello Andrea erano pescatori. Questo, naturalmente, non significa che i due avessero pescato quel giorno: potrebbero però essersi incaricati di aver fatto la spesa (nessuno lo può escludere), e, da addetti ai lavori, con i contatti giusti nel mercato ittiologico, essersi rivolti ai migliori venditori sulla piazza gerosolimitana.
Sì, lo sappiamo: stiamo entrando nel campo delle congetture filmico-narrative, e, pur essendo molto affascinanti, non rientrano nel campo di studio che ci siamo prefissi.
Concludiamo perciò tornando al nucleo dell’ultima cena, l’artoceno (arton kai oinon). Se ci si pensa, questa combinazione non sembrerebbe altro che una variante dell’artocidro, il pasto essenziale costituito da pane e acqua (arton kai ydron). Il pasto divino, dunque, più precisamente l’ultimo pasto divino consumato prima del sacrificio per l’umanità, è anch’esso un pasto essenziale, ma per la salvezza dell’anima più che per la sussistenza del corpo. Se non c’è l’acqua al posto del vino è solo e soltanto per una questione di simboli: l’acqua richiama da sempre un’idea di purificazione, ma era il vino la bevanda che i sacerdoti offrivano nei sacrifici. E l’ultima cena, come detto, non è che un grande rito sacrificale.

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