martedì 18 luglio 2017

Fregarsene e menefreghismo

Generalmente l'introduzione del verbo "fregarsene" nel linguaggio comune viene attribuita a Mussolini. Si noti però che anche il fondatore del fascismo, dicendo "Me ne frego", in fondo sottintendeva "le mani". Quindi fregarsene può essere certamente un conio mussoliniano, ma con un richiamo pilatesco. Se si vuole risalire all'origine del menefreghismo, infatti, non si può non tornare a Ponzio Pilato, quinto governatore romano della Giudea, e al suo gesto emblematico di fregarsi le mani con la tovaglia che gli era stata porta, perché se le asciugasse. Com'è noto, egli si lavò e si asciugò le mani subito dopo aver condannato Gesù alla crocefissione, quasi a far capire che, ad ogni modo, egli non poteva considerarsi colpevole per il sangue che sarebbe stato versato, essendosi egli reso semplicemente esecutore della volontà popolare.





Sin dalla prima volta che il Messia fu presentato al suo cospetto, Pilato capì quale "patata bollente" dovesse trovarsi improvvisamente a gestire. Da funzionario scrupoloso e assolutamente lontano da colpi di testa anticonformisti, egli deplorava massimamente, in un territorio che non era certo tra i più tranquilli dell'impero romano, qualsiasi motivo di disordine o promessa di destabilizzazione. Di sicuro non aveva mai davvero creduto alle accuse che venivano mosse contro Gesù, ma per lui contava di più non inimicarsi le potenti caste dei farisei e dei sadducei. Questi costituivano due lobby religiose che avevano in mano il popolo e quindi potevano garantire l'ordine e il rispetto, almeno formale, nei confronti dei dominatori romani, così come far scattare la molla dell'insurrezione; ma erano anche in grado di farsi sentire ai piani alti dell'impero. In sostanza, piegarsi ai desiderata di quei sacerdoti a Pilato conveniva due volte: in primis perché erano i suoi migliori alleati nell'amministrazione di quella difficile provincia, in secundis perché, se una sua decisione forte fosse andata nella direzione di contrastarli, essi non avrebbero esitato a lamentarsene con l'imperatore in persona, mettendo in funzione quella "macchina del fango" di cui potevano certamente dirsi specialisti (e lo dimostra proprio il caso Gesù).


Subito dopo il primo colloquio col re dei re, insomma, l'unico pensiero di Pilato fu quello di scaricarlo. I Vangeli dicono che, non appena seppe che veniva dalla Galilea, al governatore brillarono gli occhi, perché, in quel caso, ad occuparsi del giudizio di quell'uomo sarebbe stato il sovrano che governava quella regione palestinese come vassallo di Roma, Erode Antipa. (Anche la Giudea, fino al 6 d.C., era stata governata da un vassallo, Erode Archelao,) Erode, però, anziché sbrogliargli la matassa, pensò bene di rimandarglielo indietro. Allora Pilato, non vedendo altre scappatoie, decise di appellarsi al supremo giudizio del popolo. Gli venne in soccorso il ricordo di un'antica tradizione locale per cui, durante una festività molto sentita dagli ebrei, e cioè la Pasqua, era lecito concedere la libertà, e quindi evitare la condanna a morte, ad un prigioniero che fosse stato espressamente designato dalla folla (dopo un nuovo colloquio, Gesù era stato sbattuto in prigione). Pilato, lo ripetiamo, era perplesso sulla necessità di mandare a morte Gesù, quindi rispolverò quella consuetudine per verificare l'effettivo grado di popolarità (e di gradimento) che un personaggio scomodo come Gesù poteva avere presso la massa. Sarebbe stata la sua popolarità, semmai l'avesse avuta - così pensava il governatore -, a salvargli la vita, ed essa gli avrebbe anche risparmiato una condanna capitale su cui aveva dei seri dubbi. In caso contrario, avrebbe sempre potuto dire che si rimetteva alle decisioni del popolo. Da parte sua, però, non aveva  lasciato nulla di intentato perché Gesù vincesse facile, per così dire: lo accostò ad uno dei peggiori avanzi di galera ospitati dalle carceri del pretorio. Preferire quest'ultimo - Barabba - ad un uomo non privo di carisma e anche autore di atti discussi benché straordinari, come Gesù, gli sembrava francamente insensato. Avrebbe scommesso che, alla fine, sul Golgota avrebbe mandato Barabba; tuttavia non andò così, perché la folla, riunitasi sotto la balaustrata del pretorio, era già stata aizzata a dovere dai sacerdoti, perché preferisse Barabba. Ma non è tutto; il governatore, per massimo scrupolo, giocò anche la carta della commiserazione: fece flagellare Gesù e poi lo ripresentò al popolo, malconcio in modo orrendo, sperando che la sua voglia di sangue si fosse placata. Anche stavolta, però, aveva fatto male i suoi calcoli, e a quel punto Pilato si mise l'anima in pace. Tra l'altro, aveva anche avuto sentore che quel processo infinito stava creando dei tumulti a Gerusalemme. E allora meglio gettare quel misterioso pomo della discordia nelle fauci di quegli aguzzini, piuttosto che venire meno al suo dovere di amministratore. Si sentiva a posto sia nella sua coscienza di funzionario - aveva mantenuto l'ordine e non aveva creato spaccature tra istituzioni romane e sacerdoti - che nella sua coscienza di uomo: credeva che, se Gesù fosse stato veramente degno di essere rimesso in libertà, la pietas popolare non gli sarebbe mancata. Dunque, chi se ne importa, concluse Pilato: ho fatto il mio dovere nei confronti di Roma ma ho fatto anche il possibile perché una colpevolezza contestabile potesse trovare una via d'uscita. Alla fine, hanno deciso i miei amministrati. E va bene così.


Flessibile coi potenti di Gerusalemme e dintorni, Pilato amava invece essere intransigente - intransigentissimo - verso quei popoli confinanti con i Giudei, e per questo considerati periferici. La nemesi storica volle che, qualche anno dopo, proprio una sanguinosa repressione di una rivolta di Samaritani gli costasse una brutta denuncia al governatore della Siria, Lucio Vitellio il Vecchio: e questi non ci pensò due volte a spedirlo a Roma per un processo. Se, anche, in quel caso, Pilato se ne fosse fregato un po' di più, forse avrebbe mantenuto il suo posto.

                

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