martedì 11 luglio 2017

Piazza Fera (anzi, piazza Bilotti)

Sto cercando di farmela piacere, la nuova piazza Fera (o piazza Bilotti). Ma proprio non ci riesco. Poi, certo, penso che Mario Occhiuto, che è un galantuomo e conosce il suo mestiere, abbia conciliato in modo mirabile la necessità di fare un parcheggio sotterraneo con la voglia (irrefrenabile, magari inesorabile) di dar forma ad una struttura innovativa delle sue, in mezzo ad una piazza nel cuore della città nuova. Più che giusto, eppure, se il Fera Stadium (o Bilotti Stadium) è solo una copertura spettacolare per un posteggio, non riesco a vederne l’utilità e, soprattutto, la dignità urbanistica, in una piazza che faceva della sua caratteristica spianata il punto di forza. Se devo essere sincero, dopo vent’anni ho ancora molti dubbi sull’utilità del Museo all’aperto, ma potrebbe essere un mio problema di percezione. E allora faccio ammenda e mi metto dietro alla lavagna, anzi, in mezzo al cerchio magico delle comunità etniche della provincia, per auto-fustigarmi. In silenzio.


Sto cercando di farmela piacere, la nuova piazza Fera (anzi, piazza Bilotti), perché penso che Mario Occhiuto è un galantuomo e conosce il suo mestiere. Però non ci riesco, forse perché sono uno dei soliti reduci di quella Cosenza sobria, razionalista di fine anni ’70-inizio anni ’80 in cui valeva la regola del “meno si è invasivi con l’arredo urbano, e meglio è”. In fondo però quelli erano anni di crescita, quindi di cementificazione  più che di ornamento: la febbre dell’espansione edilizia inaugurata dalla premiata ditta dei fratelli Guido, quelli che crearono la Cosenza nuovissima dopo la Cosenza nuova degli anni ’30-’60, ebbe dei validi continuatori con coloro che videro un’espansione ancora più verso il Campagnano (via Torre Alta, il classico quartiere-isola ma a pochi minuti dal traffico del centro, fatto per gli snobbacchioni che vorrebbero vantarsi di avere una qualità della vita un po’ migliore, ma è tutto da dimostrare) e verso Castrolibero (Città 2000, altro quartiere impalpabile, dove per vedere come vive la gente sei proprio costretto a fare un blitz nelle case). 


Anni, dunque, di cementificazione massiccia, in cui al limite si faceva qualche concessione, sul fronte dell’ornamento urbano, ad un artista rotariano, Cesare Baccelli, e alla sua arte essenziale, scarnificata, involuta, comunque suggestiva, però mai invadente, ingombrante, sovraccaricante. Poi, si sa, a Cosenza (a differenza che a Catanzaro, vedasi la splendida Villa Margherita) c’è sempre stato una specie di tabù ancestrale, di tipo quasi ebraico, nei confronti della raffigurazione visiva dei personaggi illustri della città. Dobbiamo essere eternamente grati a due amministrazioni, quelle di Ambrogio Arabia (1913-17) e di Arnaldo Clausi Schettini (1952-63) per aver provato a rendere omaggio almeno a un paio di eminenze locali: parliamo di Bernardino Telesio (e grazie a Dio!) e di un poeta dialettale che non era neppure cosentino, ma dei dintorni, Michele De Marco detto Ciardullo, di Pedace. In mezzo a queste due epoche – e mi scuso per la mancanza di ulteriore crono-precisione – dovrebbe porsi anche la realizzazione del busto di Bonaventura Zumbini, insigne critico letterario, allievo di De Sanctis, di Pietrafitta. Orna la sala principale della vecchia biblioteca civica, in piazza XV Marzo (cuore del centro storico), ma mi permetto di suggerire – così, al vento – di giocare il tutto per tutto, a questo punto, e metterlo in qualche piazza o in qualche via. Sarebbe un ottimo jolly da mettere sul tavolo, in nome dell’arredo urbano di sostanza.


Ora, è evidente che quando la preoccupazione prioritaria è quella di fare più palazzi l’interesse per l’ornamento urbano passa in secondo piano. Non c’è nulla da eccepire, in effetti è così. Storicamente, a Cosenza, l’ultimo periodo in cui si è avuta un’espansione edilizia è quello che ha visto sindaco l’avvocato Perugini, che però, quasi per contratto potremmo dire, era anche costretto a portare avanti il programma catizoniano della musealizzazione sotto il sole (e sotto la luna): non penso che gliene importasse molto, però, voglioso di vincere quella personale competizione d’immagine con la predecessora, anche lui, tra il 2006 e il 2011, si mise di buzzo buono a disseminare la città, fino ad arrivare alle porte del centro storico, di opere per metà di valore – probabilmente pre-opzionate da tempo – e per metà definibili puramente dei riempitivi. Si tratta, è evidente, di una congettura di chi scrive, fatto è che, in quegli anni, l’ “ingombro” artistico lungo corso Mazzini fino ad arrivare a piazza dei Bruzi e a piazza Valdesi aumentò in modo esponenziale, con scelte di collocazione spesso irritanti. Ma, ripetiamo, l’epoca peruginiana è stata, prima di tutto, l’ultima epoca d’oro per palazzinari, e, come abbiamo detto, in epoche in cui una città si espande fisicamente, l’abbellimento degli spazi già esistenti non è, in genere, una cura vitale. Questo non è sempre uno svantaggio, perché spesso molti spazi urbani hanno già una ragion d’essere così come sono, e per migliorarli basterebbe o non fare niente (limitandosi solo a tenerli puliti) o fare un intervento di assoluta qualità significativa.


Al contrario, nei periodi in cui una città gode di un consolidamento edilizio ormai maturo, le amministrazioni possono anche togliersi qualche “capriccio” sul terreno ornamento e/o monumentale. E spesso questi capricci, se non sono indirizzati in modo illuminato, possono anche costare caro all’immagine estetica di una città. Personalmente non ho un livore particolare contro il Museo all’aperto, però mi piacerebbe verificare che cosa effettivamente prevedesse l’accordo originale tra Giacomo Mancini e i mecenati Enzo e Carlo Bilotti. Sappiamo che la pedonalizzazione di corso Mazzini era già un pallino dell’ex ministro: essa doveva iniziare da piazza XI Settembre – ex piazza Principe di Piemonte, anche nota come piazza degli Uffici – verso sud, cioè appunto verso la principale arteria commerciale della città. Non sappiamo però se dovesse estendersi anche a nord, cioè verso piazza dei Bruzi e il municipio. Da piazza XI Settembre doveva iniziare anche il programma del Museo all’aperto: Mancini fece in tempo a inaugurare la prima opera, un gruppo marmoreo di Mimmo Rotella dedicato al valore della cultura. Di Rotella è anche la seconda opera, il Lupo della Sila. Per quanto mi riguarda, penso che siano le migliori opere di quel percorso artistico, sicuramente le più originali. Per il resto non possiamo stabilire quali e quante altre opere il vecchio sindaco intendesse far installare davanti a negozi e gelaterie. Quel che sappiamo è che, scomparso Mancini ed eletta Eva Catizone, la sua pupilla, la galleria per i pedoni del centro si estese progressivamente, fino ad arrivare a piazza Fera che, in omaggio a Carlo Bilotti e a sua figlia, Lisa, mutò nome. Quello di Fera, Luigi Fera, “scivolò” invece sul vicino corso, già noto come corso d’Italia. Tuttavia ancora oggi molti cosentini si sbagliano e, inconsciamente, commettono l’errore  di dire “piazza Fera”: ma è assolutamente normale, certe assegnazioni toponomastiche sono esse stesse parte della storia della città, e mutarle significa, un po’, violarla.


Ma non bastava il cambio di denominazione: piazza Fera (pardon, ormai piazza Bilotti) era anche diventato il confine più meridionale del Museo all’aperto, presidiato da ben cinque opere monolitiche di Pietro Consagra. Contemporaneamente, a piazza Kennedy venivano sradicate le colombe di Baccelli (sì, proprio lui, il pioniere discreto della monumentalità della Cosenza nuova) e piazzato un cardinale di Manzù, introduzione vera e propria al museo all’aperto, che prendeva corpo, proseguendo verso nord, col San Giorgio e il Drago  di Dalì e con altre opere di Sosno e Indiana. E questo – intendiamoci – era solo l’inizio, parliamo del 2002: eravamo ancora ben lungi dall’inflazione selvaggia che sarebbe stata attuata, da quell’anno in poi.

Non sono pezzi unici, sono opere seriali (sì, proprio come la fontana di giugno di Mathurin Moreau, classico simbolo monumentale di corso Mazzini che in realtà fu tirato in più pezzi e distribuito in più città italiane), oppure varianti all'interno di serie tematiche. Ma questo non intacca minimamente il loro valore intrinseco. Nessuno discute il fatto che le opere che si possono ammirare passeggiando per corso Mazzini abbiano un valore artistico, tutt’altro. Semplicemente, non hanno peso  specifico per l’arredo urbano di Cosenza, perché, in realtà, non aggiungono ad esso niente di significativo.

 Si tratta in sostanza di una “concessione” fatta a due importantissimi mecenati e collezionisti d’arte di origine cosentina, ma a che prezzo? Cerchiamo di ragionare: più che la galleria d’arte che si estende lungo corso Mazzini, la vera rivoluzione per l’arredo urbano della città è stata la sua pedonalizzazione: con o senza opere da museo, il volto della principale arteria commerciale della città sarebbe comunque cambiato, in modo profondo. Ma se invece, con maggiore intelligenza, si fosse deciso di fare, nel nuovo corso pedonalizzato, un intervento di ornamento urbano che prescindesse dal museo all’aperto, che cosa si sarebbe dovuto fare? Be’, arrivati a questo punto, non si scappa: si sarebbe dovuto avere il coraggio di sfatare il tabù. Quello dell’aniconicità  della storia cosentina. Ma quanti, dico quanti, personaggi illustri della città si sarebbe potuto ospitare, in un corso commerciale potentemente proiettato in un nuovo ruolo di vetrina turistica della città? Proprio non c’era lo spazio – la voglia, l’entusiasmo, l’energia – di pensare ad un Nicola Misasi scrivente, ad un Sertorio Quattromani cogitante, ad un Parrasio (sì, parliamo proprio del fondatore dell’Accademia) abbracciato alla personificazione della Filosofia? E va bene, lo ammetto: probabilmente, forse, non sono la cosa migliore a cui pensare in mezzo ad un corso, ma avrebbero avuto certamente un maggiore impatto, in termini di identità culturale, delle opere del museo all’aperto. Però mi viene in mente Cremona: lì, nel bel mezzo di una via, c’è una statua di Stradivari, seduto su una panchina. Quindi, volendo, si poteva: sarebbe bastato, in fondo, rivolgersi a scultori figurativi seri (grazie a Dio, ce ne sono tanti in Italia ma anche nella stessa Calabria), e corso Mazzini sarebbe diventato sempre di più il corso dei cosentini.  Ma soprassediamo: diamo per scontato che i grandi ritratti statuari sono per le piazze, più che per le vie o per i corsi.


E torniamo a piazza Fera (pardon, piazza Bilotti). Non posso negare di aver brindato, tra me e me, quando quel galantuomo di Mario Occhiuto, che conosce il suo mestiere,   prese la coraggiosa decisione di spostare i monoliti di Consagra da lì a via Arabia (altra sua reinvenzione, con le fontane-concerto). Prima i quattro paracarri, poi il grande monolite. Pensai che la piazza avrebbe riacquistato il suo antico sapore di anonimo solenne sagrato in mezzo al traffico cittadino, ma purtroppo mi sbagliavo: sapevo che già da anni si parlava di fare, in quello spazio da sempre adibito a parcheggio sul livello del suolo, un ipermercato semi-sotterraneo, ma mi rincuorava il fatto che, dacché Occhiuto era entrato a piazza dei Bruzi, se ne parlava sempre di meno. Questo, però, purtroppo non era totale garanzia di salvaguardia per la conformazione della piazza; semplicemente, Occhiuto aveva altri progetti, non meno incisivi. In effetti, oltre all’opzione dell’ipermercato, da tempo c’era sul tavolo  anche quella di un allargamento del parcheggio già esistente, ma sotto il suolo: e Occhiuto, come abbiamo detto all’inizio, sovrappose a quest’esigenza pratica le sue consuete velleità ornamentali, in altri luoghi, indubbiamente, assai azzeccate. Il risultato è un grande rialzamento irregolare, proprio in mezzo alla piazza, che ne fa, se così  si può dire, una piazza nella piazza. Ad un lato di esso – abbiamo già fatto menzione anche di questo – c’è un singolare girotondo di alcune sagome che sembrano ritagliate da un vaso greco a figure nere. Rappresentano – così pare di capire – le componenti etniche del territorio della provincia cosentina. 



In un certo senso si possono definire le gemelle di quello strano Alarico sul Lungo Busento: di sicuro rappresentano le due espressioni più significative di quella specie di “stile severo” della scultura cosentina di età occhiutiana. Gli scalpelli sono quelli di Paolo Grassino (per quanto riguarda Alarico) e di Giuseppe Gallo (per le statue in piazza Bilotti). Nomi di assoluto rispetto nel panorama artistico italiano, ma ciò che non convince non è tanto la fattura , quanto il programma che c’è dietro di esse: un programma più volto ad un simbolismo vago e quasi esoterico, che ad un’illustrazione culturale di peso. Non che Baccelli fosse meno simbolico, ma si trattava di spazi diversi. Baccelli, in un certo senso, ha avuto la fortuna di essere sempre posizionato negli spazi più giusti. Tant’è che, quando alcune sue opere, con la forza, sono state rimosse (a piazza Kennedy ma anche a piazza Spirito Santo), parecchi cosentini sensibili all’arte lo hanno sentito come un vulnus. Succederà la stessa cosa con la magica rotonda di Gallo? Quanto ad Alarico, certamente l’idea di fargli un monumento sul Lungo Busento è stata buona, e di certo quello era il luogo più adatto: solo che Alarico avrebbe meritato un trattamento più simile a quello di Telesio e di Ciardullo, essendo, a tutti gli effetti, un personaggio della storia cosentina. Non può comunicare qualcosa di indefinito, di misteriosamente e dolcemente introspettivo, come una qualsiasi Bagnante di Emilio Greco; dovrebbe avere una chiarezza – vogliamo dirlo? – più retorica, molto più retorica,  come il monumento ad Arminio di von Bandel nella Foresta di Teutoburgo. Grassino è un artista di qualità assoluta, ma forse non è l’artista giusto per l’Alarico che ci vorrebbe per Cosenza.


E torniamo ora, per l’ennesima volta, a piazza Fera (pardon, piazza Bilotti).   Nei lunghi mesi in cui la piazza fu un cantiere continuai a nutrire fiducia che Occhiuto, un galantuomo che conosce il suo mestiere, alla fine avrebbe tirato fuori qualcosa che mi soddisfacesse: non è stato così (ed è la prima volta da quando Occhiuto, che è un galantuomo che conosce il suo mestiere, fa il sindaco). È un dato di fatto: a tanti cosentini piace, ma a tantissimi non piace. Quanti cittadini, invece, avrebbero avuto un’opinione negativa di piazza Fera (pardon, ormai piazza Bilotti), negli anni ’80, quand’era solo un arioso spazio di transizione? Il destino della piazza, è inutile negarlo, è stato irrimediabilmente segnato dal prepotente maquillage catizoniano: da allora non è stata più la stessa. Però, dopo aver ammirato la superba (ma anche serenissima) reinvenzione occhiutiana, quasi quasi finisco per rimpiangere quel maquillage. In fondo niente era stato davvero modificato alla radice, sarebbe bastato solo rimuovere tutti e cinque i Consagra. Occhiuto lo ha fatto – e bravo –, ma purtroppo non si è fermato lì. Doveva solo fermarsi lì.


Nei tempi belli, il padre Fedele non ancora travolto dagli scandali soleva dire che aveva alcuni sogni “favolosi”. Ora anch’io comincio ad averne uno: vedere un sindaco che, un domani, abbia il coraggio di demolire piazza Fera (pardon, piazza Bilotti) per ricostruirla. E sì, può ancora chiamarsi piazza Bilotti, in questo caso non c’è bisogno di tornare esattamente all’antico: e sapete perché? Perché se vi si vuole fare un monumento (una statua, nulla di più) ad un personaggio illustre, non è per forza necessario che la piazza sia anche intitolata a lui. 


Il mio sindaco – il sindaco che sogno – ripristinerebbe il vecchio alveare di gesso per i posti macchina, inserirebbe qualche cespuglio verde qua e là ma recupererebbe anche il piedistallo del grande monolite di Consagra; sì, lo farebbe. Poi chiamerebbe Alba Gonzales o Hermann Mejer e direbbe loro: “Mi faresti una statua stante di Luigi Fera, sul modello di quella di Saffi a Forlì? Deve avere un’espressione calma, il petto gonfio, le mani poggiate sui risvolti della giacca; porta la cravatta e il cappello e, chiaramente, i baffi. Il piedistallo e la postazione sono già pronti.” A quel punto, attendendo con impazienza ed emozione il primo bozzetto, il mio sindaco comincerebbe a lavorare sull’iscrizione; e dopo averci pensato per qualche ora, scriverebbe su un foglietto: A LVIGI FERA (1868-1935). DOCENTE INSIGNE DÌ FILOSOFIA E OTTIMO AVVOCATO. VOMO POLITICO BRVZIO. MINISTRO DELLE POSTE E MINISTRO DELLA GIVSTIZIA. I COSENTINI A PERENNE MEMORIA.



Poi però mi risveglio, e guardo piazza Fera (anzi, piazza Bilotti) e cerco di farmela piacere. Però non mi piace, anche se Occhiuto è un galantuomo che conosce il suo mestiere.   

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