giovedì 3 agosto 2017

Argo - Un bello spunto storiografico

Se avete visto Argo, il film di e con Ben Affleck del 2012, probabilmente vi sarete goduti anche la bella panoramica iniziale sulla storia dell’Iran. In realtà è l’esempio perfetto di  come uno storiografo carrellerebbe sulla storia di un paese per arrivare, con agilità, ai fatti del suo tempo. Riproduciamo direttamente qui il frammento che ci interessa perché sappiamo già che su YouTube avremmo un mare di problemi.


Come avete potuto sentire, la narratrice parte ottimamente con l’inquadrare la corrispondenza territoriale tra impero persiano ed Iran. Prosegue dicendo che, “per 2500 anni”, il paese fu governato “da una serie di re chiamati scià”. Questo è un modo mirabile di sintetizzare tutta la storia antica, medievale e moderna dell’Iran, dal momento che “scià” è la parola persiana che indica il re sin dal tempo degli Achemenidi. Questa sola pennellata (notate che maestria!), senza sprecare altre parole, consente di saltare direttamente al secondo dopoguerra, precisamente al 1950 e alla politica di nazionalizzazione del primo ministro Mossadeq. Ad essa si fa cenno in quanto causa del colpo di Stato che, tre anni dopo, con la regia degli Usa, diede allo scià Reza Pahlavi il potere assoluto. Ed è qui che comincia la narrazione (un po’) più particolareggiata: con perfetto tono tacitiano-svetoniano, si parla ora dello stile di vita stravagante del re e della consorte, della sua insensibilità verso le condizioni del popolo e della sua feroce tendenza repressiva. Inoltre, la parte islamica sciita del paese, la più tradizionalista, si sentì mortalmente offesa dalla campagna di occidentalizzazione voluta dal re. Tutto questo complesso di cose portò alla rivoluzione che, teleguidata dall’ayatollah Khomeini, esule a Parigi, nel 1979 depose lo scià e diede all’Iran una nuova forma di governo. Si instaurò così una repubblica teocratica guidata dallo stesso Khomeini, tornato in patria. La stagione della violenza non era affatto finita, però, e ora nel paese montava anche un profondo sentimento antiamericano, dal momento che gli Usa avevano dato ricetto allo scià Reza, sofferente di cancro. Qui finisce la narrazione introduttiva e comincia il film vero e proprio.

Un assist migliore di questo non si poteva confezionare, per un film molto intenso e degno dei premi che ha ricevuto. La sua struttura, dal punto di vista storiografico, è praticamente perfetta, perché rispetta tutte le regole del buon paragrafo introduttivo: si dà un’idea a volo d’uccello ma chiara degli eventi ab origine, e si “atterra” perfettamente nel punto che fa da prologo all’oggetto vero e proprio della narrazione. Si dà quindi un indizio sommario ma decisivo dell’indole morale del protagonista centrale (o comunque più controverso) della vicenda (in questo caso lo scià), senza omettere le debite indicazioni eziologiche. Per quanto riguarda la rivoluzione iraniana, infatti, la narrazione suggerisce che la causa remota (e quindi più vera) fu il regime di terrore instaurato da Reza. Quella occasionale, invece, fu il suo intento di occidentalizzare la cultura iraniana.   

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