sabato 19 agosto 2017

Poscunt ursum


Benvenuti ad Adrumeto, oggi Susa, la città-spettacolo dove un imperatore romano fu preso a rape in faccia. Benvenuti ad Adrumeto, qualche anno dopo ciò che capitò a quel cesare che non nomineremo.
Durante il principato di Traiano avvenne che il governatore della Mauritania, Giunio Decimo Balbo, si recasse in visita nella vicina provincia d’Africa. Già prima che mettesse piede nel territorio di essa gli Adrumetani erano stati informati che il suo viaggio avrebbe fatto tappa anche nella loro città. Subito si riunì il consiglio dei decurioni, per decidere quali eventi speciali organizzare per l’occasione. La sorte voleva che all’interno di quel consiglio sedesse una componente di progenitori degli ambientalisti e degli animalisti, il cui leader era Aulo Dola. Accantonata l’idea di offrire dei giochi gladiatorii – troppo costosi – e quella di un agone poetico di celebrazione – assolutamente fuori luogo -, il consiglio votò a maggioranza – si opposero solo gli ambientalisti – la più classica delle soluzioni: i combattimenti tra fiere. Si discusse poi sul genere di bestie che dovessero essere protagoniste dello spettacolo. Dola e i suoi bocciarono tutte le alternative ma bloccarono anche le decisioni degli altri gruppi, minacciando di far saltare la seduta con l’abbandono dell’assemblea: no a elefanti, no a giraffe, no a tigri, no a pantere, no a leoni, no a scimpanzé. A un certo punto Gaio Vibenna non ce la fece più e sbottò, rivolto a Dola: "Ma smettila di contrastare le decisioni di questo consesso. Ma chi ti credi di essere, Tacfarinate?"  
Tacfarinate era un soldato romano che, durante l’impero di Tiberio,  disertò e si fece bandito. Per molti anni diede filo da torcere agli eserciti imperiali in Africa settentrionale, divenendo un punto di riferimento dei sentimenti antiromani. Il collegamento tra Tacfarinate e Dola non era campato in aria: questi, infatti, era proprio un nipote di quel temuto bandito. Quindi era facile che nel consiglio cittadino Dola e il suo pensiero verde, così antisistema, venissero spesso etichettati come “antiromani”.
"Noi bestie da mandare al macello non ne vogliamo."
"E cosa vorresti? Bestie che cantassero o recitassero Virgilio?" Una risata fragorosa riempì la sala del consiglio. "Un combattimento tra leoni e tigri equivale ad uno tra gladiatori, e ci costa di meno", proseguì Vibenna. "Ed uno tra tigri ed elefanti, specie se questi sono eccitati dai porci, o tra giraffe e pantere ha lo stesso gradimento di uno scontro tra fiere e cristiani o tra gladiatori e cristiani."
"Potremmo semplicemente farli sfilare, incruentemente. Giraffe ed elefanti, facciamogli fare semplicemente un giro del circo", rispose Dola.
"Ma sarebbe uno spettacolo inutile, il pubblico non gradirebbe, e tantomeno il governatore."
"Forse un compromesso c’è: potremmo proporre un animale insolito per le nostre parti", intervenne Servilio Scauro, veterano del consiglio. "Così lo spettacolo sarebbe puramente guardarne il comportamento, e il modo di muoversi."
Fu a quel punto che  si alzò il personaggio più singolare che sedeva in quell’assemblea: Mamerco Sura, un cittadino di origine illirica che aveva combattuto in Dacia nelle recenti guerre traianee. Lo chiamavano “Annibale” per via dell’occhio bendato, e “Mitridate” perché portava sempre una pelle di leopardo per coprirsi le spalle e il capo. "A dire la verità, io ho visto nelle foreste dell’Europa settentrionale una bestia che potrebbe fare al caso della riconciliazione in seno a questo consiglio. Non è per niente socievole, è assai suscettibile e si muove in un modo talmente sgraziato da muovere immediatamente al riso."
"E come si chiama questa bestia?", chiese Vibenna.
"Lo chiamano orso. In realtà saprebbe anche combattere, ma… se lo preferite al naturale…"
Prese nuovamente la parola l’anziano Scauro. "Scusate la mia ignoranza, io non sono mai uscito fuori dall’Africa settentrionale. Quest’orso sarebbe forse l’animale che mi hanno detto assomigliare ad una grande volpe ma è alto poco più di un uomo, ha il pelo bianco e sa pescare, e cammina addirittura sul ghiaccio?"
"No, quello è un altro tipo di orso", lo corresse Sura, che dei decurioni di Adrumeto era quello che aveva più esperienza del mondo. "L’orso di cui parlo io ha il pelo bruno, e vive nelle foreste dei paesi europei che ho attraversato durante le mie campagne. Vi posso assicurare che anche uno soltanto di loro è uno spettacolo singolare. Dell’orso bianco anch’io ho solo sentito parlare, ma non l’ho mai visto."
 A Dola si accese una lampadina (pardon: un pirum Edisonianum) in testa. "Ecco l’idea: trasformare i classici ludi da circo in uno spettacolo comico animalesco! Così ci piace, questa è la nostra proposta. Vogliamo l’orso!"
"Sì, vogliamo l’orso!", fecero in coro tutti gli ambientalisti. Anche il resto dell’assemblea si trovò d’accordo su questa opzione. E tutti votarono per l’orso.
Ore dodici del 16 giugno 113: gli spalti  che cingono l’arena di Adrumeto sono pieni. In tribuna d’onore siedono le autorità, i decurioni, il governatore della provincia d’Africa, Gaio Avinio, e il governatore ospite, Balbo. In mezzo alla scena un animale peloso, alto e pingue, disteso immobile come se prendesse il sole. Ad un tratto due addetti dello stadio si avvicinarono in punta di piedi, per sistemare vicino alla bestia del pane e del formaggio. Poi scapparono via, terrorizzati com’erano venuti.     Dopo qualche minuto il flemmatico animale sembrò risvegliarsi, si strofinò gli occhi con i suoi zampini appuntiti e si guardò un po’ intorno, annoiato, stando col torso eretto e le zampe anteriori saldamente ancorate al suolo. Poi, finalmente, si accorse del cibo che c’era; e vi si avvicinò, gattoni, con fare ciondolante. Scoppiò un applauso. Fragoroso. Ciò che era straordinario era l’indolenza di quel protagonista; non che leoni e tigri non l’avessero, ma contrastava col loro volto feroce. In quell’orso, invece, l’espressione placida, indifferente, si sposava in modo felicissimo con i suoi modi lenti e compassati.
Dopo che ebbe mangiato, l’orso rotolò su sé stesso e tornò al punto di partenza. Produsse un rutto cavernoso e poi si grattò la schiena. Volse di nuovo lo sguardo al pubblico, e cominciò ad emettere come dei grugniti, che forse erano invettive di disapprovazione nei confronti di quelle mille persone che lo stavano disturbando, solo con lo sguardo. Poi tornò a quattro zampe, e si mise a correre verso il pubblico in tutte le direzioni, senza mai però dare l’impressione di poter fare quel salto tale da raggiungere gli spalti più bassi. Si muoveva sempre in modo impacciato, come un vecchio brontolone. Ma gli spettatori non applaudivano più.
In effetti lo spettacolo languiva. Si sentivano lamenti, ma non erano quelli dell’orso; provenivano dagli spalti. Allora Sura, dopo essersi consultato con gli altri decurioni e con il suo governatore, ebbe un’idea. Diede ordine a due schiavi del personale di servizio dell’arena, cioè gli stessi che avevano portato il cibo per l’orso  poco prima, di vestirsi con armature da gladiatori  - questo per la loro sicurezza, naturalmente - e di impossessarsi da qualche parte di un intero alveare di Apis Mellifera. Poi, sempre vestiti da gladiatori, avrebbero dovuto sistemare l’alveare in cima a un palo, a pochi passi dall’orso. Pericoli di aggressione da parte del peloso mammifero non ce n’erano, visto che dopo quella sfuriata si era addirittura riaddormentato. Ormai il pubblico era passato ai fischi più sonori, e da un concerto di fischi i due coraggiosi inservienti furono accolti al loro rientro nell’arena. Poi fecero appena in tempo a defilarsi, perché quel baccano aveva fatto risvegliare il protagonista della giornata. Ma il suo interesse si concentrò subito su quell’alveare: non c’è che dire, Mamerco Sura conosceva gli orsi, sapeva quello che faceva. L’orso si mise a saltare, ma in un modo così goffo da riconquistare immediatamente tutti gli spettatori. Ma era ormai evidente che gli applausi lo irritavano, e più la gente applaudiva , e rideva, più l’orso, per dispetto, saltava ancora più in alto. E, tenta che ti ritenta, il suo zampino alla fine riuscì a toccare l’alveare, e ad abbatterlo. Ciò che successe in quel momento era esattamente quello che Sura aveva previsto: gli insetti che abitavano nell’alveare si aggregarono in una nuvola e, come una falange macedone o una testuggine romana, si avventarono sull’orso, che si trovò costretto a improvvisare l’agilità della volpe. Quel peloso indolente scattava come un centometrista e le api vendicatrici lo rincorrevano: spettacolo! Un trionfo, ma non era ancora l’apoteosi. Anche se Sura l’aveva già programmata: ad un certo punto della disperata e vorticosa corsa dell’orso, infatti, aveva dato disposizione ai soliti gladiatori di giornata di entrare in campo portando un arco di legno, e di fermarsi avendo alle spalle una delle porte di uscita dello stadio. Ad un segnale convenuto si sarebbe dovuto dare fuoco all’arco e spalancare la porta. Ancora una volta andò esattamente come aveva previsto Sura: l’orso, incurante delle fiamme, si infilò sotto quell’arco e guadagnò l’uscita, per poi finire la sua corsa con un bel bagno nel laghetto all’ingresso. Le api, intimorite dal fuoco, sciolsero la falange e si misero a svolazzare senza più meta. A parte quelli che lo fecero per paura di eventuali punture, tutti gli spettatori si alzarono in piedi a tributare la meritata ovazione ai decurioni, per la loro munificenza e la loro organizzazione. Anche il governatore Balbo fu contento, e lodò molto il consiglio dei decurioni.
Da allora gli abitanti di Adrumeto conobbero quell’orso–mattatore col nome di Melissonio, e in suo onore ribattezzarono l’arena in cui si era esibito “Stadio dell’Orso”. In mezzo al laghetto dove si era tuffato, poi, eressero una statua con le sue sembianze.

Passati i ludi organizzati in onore della visita del governatore, Melissonio fu riportato a casa, in una foresta della Germania. Qui continuò a vivere serenamente, e indolentemente, la sua vita per molti altri anni ancora, ogni tanto allietato anche – ma non troppo – dai pellegrinaggi di Mamerco Sura e Aulo Dola. Ma non seppe mai quanto fosse diventato famoso, e benvoluto. 

(da Ouvertures dei tempi di crisi)

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