lunedì 24 settembre 2018

Lo slogan




" ”Ed è subito sera”. Salvatore, il sig. Sergioni mi ha detto di farti presente anche questo!"

Il prof. Quasimodo era chino su un’antologia di lirici greci. Se l’era fatta prestare da un amico perché c’era una nota a margine che gli interessava, e che non riusciva a trovare tra i libri in suo possesso. Inchiodato sulla sua amata scrivania, sollevò appena il capo per concedere un po’ di ascolto alla moglie, Maria, che in un angolo della stessa stanza aveva appena attaccato il ricevitore.

"Ancora con questa storia? Ma guarda che l’ho rifiutata, quell’offerta pubblicitaria, ho detto no anche a quella. E Sergioni lo dovrebbe sapere."

Era la metà degli anni ’50 e l’Italia impazziva per Carosello. Un giorno un industriale che fabbricava smoking, tal Goffredo Marchini, ebbe l’idea di girare un carosello in cui si vedeva un indossatore che, davanti a uno specchio, smetteva gli abiti sportivi di tutti i giorni e indossava un completo firmato Marchini. Poi, proprio in quel momento, sarebbe dovuto entrare in scena Quasimodo, in persona, con il compito di proclamare solennemente le seguenti parole: “Marchini. Ed è subito sera. Ed è subito gran sera”. Il poeta rifiutò all’istante, dicendo che non era proprio adatto ad andare dietro uno schermo. Ma non si trovò d’accordo neanche sul fatto che a recitare il verso, e a farne la parodia, fosse un attore professionista. Quindi non se ne fece niente.
Poi si era fatto avanti Michele Sergioni. Un fabbricante di caffè. Piacentino. Si era inventato un marchio, il caffè Mochi, e come logo aveva scelto uno delle due statue equestri della piazza principale di Piacenza. Questo spiegava il nome: Mochi, infatti, era lo scultore che realizzò le due statue. Sergioni puntava ancora più in alto: non gli bastava prendere a prestito un verso, no. Pretendeva, piuttosto, che Quasimodo gli componesse un intero sonetto originale, da cui, eventualmente, scegliere il verso più importante o più bello come slogan. Niente televisione e caroselli: solo tanta pubblicità stampata, sui giornali e sui muri. Sergioni, al telefono con Maria, aveva ribadito il concetto che i versi-chiave del poeta sembravano fatti apposta per la comunicazione pubblicitaria. In realtà, prima di Quasimodo aveva fatto la corte anche ad Ungaretti, che però lo aveva liquidato subito. Il vate di Modica, invece, stavolta tentennava come Carlo Alberto.   

"Salvatore, però ammetterai che è una sfida stimolante". La moglie ruppe il silenzio con quella specie di provocazione. "Non tanto per la poesia in sé. Quanto per il fatto che un intellettuale è chiamato a nobilitare il linguaggio della pubblicità." In effetti Maria, che in fondo continuava ad essere una donna di spettacolo, non si era dimostrata contraria neppure all’idea che il marito potesse collaborare con la televisione.

"Ma, guarda, Maria. Io non ho niente contro la pubblicità, e neanche contro la televisione. Se rifiutai è perché non credevo di essere all’altezza di andarci. E poi ho pensato che un attore di teatro sarebbe stato sprecato per quella cornice." A suo tempo, Marchini gli fece capire che, eventualmente, sarebbe stato sostituito da un pezzo grosso del teatro. "L’idea divertente era che ci andassi io, in persona, ma non ho voluto perché, sinceramente, non me la sono sentita." Pescò una matita dal tavolo, e la ficcò nel volume che stava leggendo a mo’ di segnalibro. "Io, guarda, la poesia a Sergioni gliela scriverei pure, ma proprio non ho nulla da scrivere sul caffè. Dico davvero: è un tema che non mi ispira."

Erano gli anni del Quasimodo politicamente impegnato. La sua ispirazione, esauritasi la fase ermetica, era totalmente volta ai temi della riflessione sociale. Forse avrebbe potuto trovare uno spiraglio lavorando sul caffè come una metafora dello sfruttamento, moglie ci aveva gettato uno sguardo. visto e considerato che le sue piantagioni, per secoli, furono dei veri e propri campi di schiavitù. Per provare in realtà ci provava, a buttar giù qualcosa. Ma era roba impubblicabile. Anche la moglie ci aveva gettato uno sguardo.

"E quegli appunti che ho visto l’altra sera? Non parlavano di caffè, o qualcosa di simile?" Ecco. Maria si riferiva a dei fogli strappati da chissà quale quaderno, che Quasimodo aveva abbandonato  sul suo comodino della camera da letto. C’erano degli abbozzi di sonetti, che erano proprio dei maldestri tentativi di cantare le virtù di quella bevanda. Quasimodo tirò fuori dalla tasca quello che probabilmente si poteva considerare il migliore. Lo lesse alla moglie, semmai non lo avesse ancora letto.

Negro nettare d’Arabia,
coffea appellotti
chi con la cheffia in fronte,
primo ti gustò.

Da buon grecista, Quasimodo scommetteva che, se i Greci avessero conosciuto il caffè, lo avrebbero chiamato cophea (koφea). Ma era un’osservazione a latere che non era certo utile alla causa.
Lo aveva scritto in un piccolo promemoria che si poteva leggere appena sopra quei versi. Forse più interessante era notare che il sonetto era anche una simpatica, originale proposta etimologica. In pratica, faceva derivare il nome caffè dalla kefiah.  Ma all’autore non piaceva.

"Ti sembra poesia, questa?" Il poeta stroncava se stesso. "Queste sono esercitazioni di quinto livello, che tali devono restare. Anzi, brucerò tutto. E quello che mi dispiace è che non riesco a fare di meglio. Devo contattare Sergioni per dirglielo Dovrà cambiare i suoi proponimenti."

Si alzò di colpo, come se volesse precipitarsi al telefono. "Anzi, no. Prima esco. Vado a comprare qualcosa." Si riferiva alle sue mentine. Le aveva finite. Erano le undici del mattino.
Per Quasimodo andare a comprare le mentine al suo tabacchino non era proprio un rito canonico, ma ci andava spesso, in orari diversi. Quindi era più che probabile che qualcuno, anzi parecchi, in quel tragitto da casa sua al tabacchino, lungo corso Garibaldi a Milano, ne notassero il passaggio. Pochi, però, si fermavano a salutarlo o a stringergli la mano. Colpa, forse, di quella “discrezione” tutta milanese, che al poeta, comunque, non disturbava. Anche quella mattina di gennaio – leggermente piovosa – delle persone lo videro, e lo fissarono per alcuni istanti. Ma non andarono oltre. Succedeva sempre, quasi tutti i giorni. Quel giorno, però, accadde qualcosa che accadeva di rado.   Per non dire mai. Una delle persone che lo videro, lo fermò. Ma questo perché lo conosceva, però, e non soltanto dai libri e dai giornali. Era uno dei suoi allievi al conservatorio, Nicola Volpe.

"Professore, buongiorno. Come va la sua convalescenza?" Quasimodo si era preso un periodo di permesso, perché si era influenzato.

"Oh caro Volpe. Meglio meglio. E tu, perché in strada, invece di essere a scuola?"

"Dovevo accompagnare mia madre ad una visita, non ho potuto fare altrimenti." Volpe era orfano di padre, da un po’ di tempo, e gli toccava accudire il genitore che gli era rimasto. "E adesso sto facendo delle commissioni per lei. Domani torno, però:" Gli disse queste parole, e non riusciva a staccargli lo sguardo di dosso.

"Salutami tua madre:>" Quasimodo fece per salutarlo. Ma capì che Volpe aveva ancora voglia di parlargli.

"Professore, mi deve scusare… Forse non è il momento ma… ha letto le mie poesie?"

Quasimodo sorrise. Ecco il punto. Sapeva che Volpe aveva delle velleità letterarie, e da tempo questi faceva di tutto per proporre al suo professore – esimio rappresentante dell’arte del Parnaso – un faldoncino di componimenti in versi scritti di suo pugno. Un bel giorno, vinto dalle sue insistenze, il professore accettò. E si dà il caso che, in quel periodo in cui aveva più tempo, Quasimodo le avesse lette. E non gli erano neppure dispiaciute.

"Ma certamente, caro Volpe. Stavo per dirtelo. Non sei solo un ottimo studente di greco e latino. Sei anche un poeta interessante. Basterebbe solo… ecco… che ti focalizzassi, magari, su tematiche più vicine al presente."

Volpe mostrò un po’ di delusione. Era veramente appassionato delle letterature classiche. I temi delle sue poesie ricalcavano quelli dei lirici e degli elegiaci greci. Ed erano gli stessi che, più o meno, stavano a cuore allo stesso Quasimodo. Avrebbe dato chissà cosa per sentire da lui – il suo maestro inarrivabile -  che era “il nuovo Simonide in erba”.

"Si può scrivere del presente mantenendo l’animo antico", sentenziò il giovane. Quasimodo ammirò quelle parole. Sobriamente ma con convinzione.

"Hai perfettamente ragione, carissimo. E sono d’accordo con te. Devi scusarmi ma, in questo periodo, sto vivendo una fase personale che non favorisce  il mio animo poetico. E non riesco a comprendere nemmeno il sentimento dei miei colleghi." Bastarono queste poche parole per far illuminare nuovamente Volpe. Collega, Volpe era un collega.

"Ma certo che è così, professore", proseguì Volpe. "Lo ha detto proprio lei che le uniche categorie che interessano alla poesia sono l’universalità e l’eternità. E si può cantare qualsiasi cosa in una prospettiva eterna e universale. Niente è precluso alla comunicazione poetica." Volpe pronunciò queste parole come se volesse scolpirle.

Nella testa di Quasimodo si accese qualcosa. "Neanche la pubblicità?"

"Come?"

Il professore si mantenne sibilllino. "Che ne diresti di avere l’occasione di far leggere la tua arte a tutti?"

Volpe non rispose verbalmente. Rispose con gli occhi. "Che cosa pensi che succeda quando, che so, la poesia incontra un caffè?"  Se l’intenzione di Quasimodo era quella di essere più chiaro, di certo le sue parole non erano state quelle definitive.

Difatti fu necessario, al vate e all’allievo, incontrarsi tante altre volte, dentro e fuori dalla scuola, per perfezionare il progetto. L’entusiasmo di Volpe non scemò mai, anzi: non fece che crescere. Il ragazzo non ebbe alcun cedimento neanche quando capì chiaramente che avrebbe prestato la sua arte alla pubblicità.   

Fu così che, alla fine, il caffè Mochi ebbe il suo sonetto promozionale e il suo slogan. Sergioni fu felice di aver ottenuto, se non proprio una poesia di Quasimodo, quantomeno una di un suo allievo, per il quale il grande vate stravedeva. Oggi che quella marca di caffè non esiste più molti si confondono e attribuiscono, erroneamente, la paternità di quel sonetto allo stesso Quasimodo. Pazienza: chi conosce veramente la storia, non si sbaglia.

Questi sono i versi che aveva scritto Volpe per il caffè dei cavalli:
  
All’Afra Cerere sacro,
nero seme prezioso.
Come a Minerva l’olivo,
e l’olio di roccia al dio dei beduini.
Pur le è sacro il tuo olio,
pei duci  carburante
dei destrieri tra le dune.


Come slogan furono scelti gli ultimi due, “Pei duci carburante dei destrieri tra le dune”.

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