lunedì 15 luglio 2019

Francesco Baracca e Luigi Razza


Due uomini di bronzo in posizione stante e atteggiamento fiero, gonfio il petto nell’uniforme, che danno le spalle ad un pilone bianco solenne come un obelisco. Questo è il ritratto di due monumenti: quello a Luigi Razza a Vibo Valentia e quello a Francesco  Baracca a Lugo di Romagna. Sono quasi coetanei: il monumento calabrese è opera di Fortunato Longo, un artista di origine reggina,  ed è datato 1938; la statua lughese, invece, risale al 1936 ed è stata realizzata da uno scultore faentino, Domenico Rambelli. La statua vibonese ebbe l’onore di essere inaugurata dal Duce in persona, nel corso di una visita, rimasta agli annali, in quella città  che per suo stesso impulso da Monteleone mutò nome in Vibo Valentia, in omaggio ai fasti classici. Per la statua di Baracca, invece,  si scomodarono “solo” alcuni dei più importanti gerarchi. Probabilmente contò la statura dei personaggi in rapporto al regime: Luigi Razza fu un fascista della prima ora, e ministro dei Lavori pubblici per i primi otto mesi del 1935. Francesco Baracca, invece, fu un eroe della prima guerra mondiale che il fascismo non l’aveva mai conosciuto.  Poteva essere assunto (e in effetti lo fu) nel pantheon delle figure eroiche pre-fasciste o dei modelli ante litteram del perfetto campione di virtus fascista, ma con le fortune di Mussolini e della sua avventura dittatoriale non ebbe a che fare. Era un conterraneo del Duce, questo sì, ma significava poco o niente.
Così, ad un eroe che contribuisce alla formazione della coscienza fascista si può ben dedicare, anche in linea con la sua identità biografica (Baracca era un asso dell’aviazione), un bel monumento dalla solennità aerodinamica, ma non priva di rimandi a quel simbolismo che piace al Duce. Ragion per cui il piedistallo, simile a un grosso cippo per la verità, su cui è issata la statua di Francesco Baracca ricorda un fascio littorio come lo vedrebbe Botero, mentre a far ombra al simulacro, doveroso omaggio alle prodezze che valgono a Baracca un posto nella storia, ecco possente l’ala di un aereo, talmente stilizzata da sembrare una fusoliera.
Per un eroe organico al fascismo come Luigi Razza, invece, il tono classicista è ancora più alto, ancora più aulico. La statua del vibonese, con il suo piedistallo,  poggia su un grosso blocco di marmo ornato da un bassorilievo degno dell’Ara Pacis. Sicché il basamento della scultura è un vero e proprio altare, di cui il pilastro che protegge le bronzee terga del ministro fascista non è che il prolungamento verticale. E la Vittoria alata che, dalla cima d esso, sembra vegliare sulla memoria di Razza, riconduce l’intera struttura a quella più tipica dei monumenti ai Caduti. 

mercoledì 3 luglio 2019

Gli imperatori della storia bizantina più importanti

Un affettuoso omaggio postumo (anche piuttosto tardivo) a Filippo Burgarella, bizantinista, mio docente all'Università. Arrivederci, professore: grazie ancora per lo splendido esame!

Giustiniano I (482-565), riconquistò i territori dell’ex impero romano d’Occidente e promosse una raccolta completa del materiale legislativo dell’antica Roma (Corpus iuris civilis), che pose alla base del sistema giuridico imperiale. 













Maurizio (539-602), creò l’esarcato d’Italia.









Eraclio I (575-641), riordinò le province dell’impero trasformandole in temi (circoscrizioni militari) e introdusse il titolo di basileus per l’imperatore.

   











Leone III (675-741), aprì la crisi iconoclastica.













Basilio I (811-866), fu detto il secondo Giustiniano perché, ordinando la composizione dei sessanta libri dei Basilika, completò l’opera di codificazione giuridica iniziata dal predecessore.










Costantino VII (905-959), il Claudio dell’impero bizantino.



















Basilio II Bulgaroctono (958-1025), conquistatore del regno bulgaro.













Romano IV Diogene (1030-1072), il Valeriano della storia bizantina. Il suo nome è legato alla disfatta di Manzicerta (1071): sconfitto dai Selgiuchidi, venne tenuto prigioniero dal sultano per otto giorni.













Manuele I (1118-1180), ripristinò l’autorità bizantina in Serbia e Ungheria, venne poi sconfitto a Miriocefalo dai Turchi Selgiuchidi del sultanato di Iconio.














Michele VIII Paleologo (1223-1282), restauratore dell’unità dell’impero bizantino.  


mercoledì 19 giugno 2019

Notularia

Notula significa "piccola nota, appunto", quindi "notularia" (o "notulatoria") potrebbe essere l'attività del prendere appunti. E chi lo fa potrebbe essere un "notularius" o un "notulator".
Prendere appunti significa in sostanza riassumere un discorso o un testo nel momento stesso in cui lo si ascolta o lo si legge. In effetti è il contrario della dettatura. Canonicamente il modo migliore per prendere gli appunti si basa su queste tre regole:

- annotare ciò che è oggettivamente rilevante (memorabile), cioè quello che è importante da ogni punto di vista sottolineare;
- annotare ciò che è soggettivamente interessante (ad se pertinente), ossia ciò che può essere poi sviluppato in riflessioni e ricerche personali;
- annotare ciò che è facilmente ricordabile (discibile), il che può sembrare in contraddizione col primo punto, ma solo se si dimentica che prendere appunti significa semplificare e far emergere l'essenziale.

Se ci fosse una scienza della notularia, poi, la sua questione centrale sarebbe quella di stabilire se la vera natura dell'appunto sia essere una trascrizione abbreviata di un tutto organico (come si fa nella stenografia, che molti considerano la vera tecnica specializzata per gli appunti) o non piuttosto una postilla. Quindi una vera e propria nota in calce (o a margine) che contiene il nucleo di ciò che si è compreso ma anche un rimando immediato a chi o a cosa indirizzarsi per approfondire la materia dell'appunto. Anche il mondo delle mappe mentali, se ci si pensa, rientra in quello degli appunti: esse, infatti, non sono che un sistema di note organizzato in modo figurativo.  


Altra questione da affrontare è se ci sia differenza tra le note a margine (o a latere) e le note in calce. Se si
guarda ai testi stampati (specialmente quelli dei classici antichi) in generale si può dire che le note a latere
sono quasi sempre di tipo filologico-grammaticale. Quelle in calce, invece, sono veri e propri paragrafi parentetici, di lunghezza variabile, che approfondiscono contenuti poco toccati nel testo o per nulla toccati (però indispensabili per la sua comprensione). Abbiamo quindi note critiche o dirimenti e note di approfondimento, o, per usare un'altra terminologia, note protocollari (il foglio protocollo ha due bordi verticali ben visibili su cui, tradizionalmente, si annotano le correzioni) e note codicali (l'apparato di note che corredano e integrano i contenuti del testo è parte costitutiva di un codex). 



giovedì 6 giugno 2019

Gli ambienti della casa romana

L'ennesimo assaggio dal breviario di storia universale più volte "saccheggiato" dal blog. Il quaderno di storia romana è in realtà il nucleo più antico dell'opera e, a mio giudizio, la parte più riuscita.



Ecco uno spaccato degli ambienti della casa signorile romana:
VESTIBULUM = ingresso.
- ATRIUM = il corpo centrale della casa. Svolgeva funzione di raccordo tra le varie stanze interne. Se l’atrium aveva il tetto coperto, al centro di esso poteva trovarsi un impluvium, una vasca destinata a raccogliere l’acqua piovana. 



Le principali stanze che affacciavano sull’impluvium erano:
-         i cubicula, le camere personali dei componenti della famiglia; in origine vi era un solo cubiculum, destinato al pater familias (capo famiglia);
-         il tablinum, la stanza da pranzo.
      - HORTUS = giardino alle spalle dell’atrium cinto da un muro perimetrale, a partire dall’età tardo-repubblicana eseguito in forma di colonnato (peristilium). 
       - EXEDRA =  sala di ricevimento situata in fondo al peristilio, di forma semicircolare.


La villa è una residenza di campagna che diventa prerogativa dei ricchi romani a partire dall’età medio-repubblicana. 


In origine semplici strutture per l’organizzazione del lavoro agricolo, si ampliarono col tempo ospitando accanto ai locali destinati appositamente ai lavoratori, altre ali abitative che ricalcavano la struttura della tipica casa urbana, anche con maggior sfarzo. È la distinzione tra villa rustica e villa di tipo urbano, secondo lo schema classificatorio proposto da Vitruvio.

mercoledì 22 maggio 2019

La grande strategia dell'impero romano di Edward Luttwak - Un supercompendio


Nell'età giulio-claudia la difesa dei confini dell'Impero romano era garantita anche e soprattutto dall'attiva cooperazione degli stati clienti (piccoli staterelli indipendenti o semi-indipendenti retti da sovrani alleati o vassalli di Roma). A partire dall'età flavia, invece, dato l'assorbimento progressivo degli stati clienti, si assistette ad un'altrettanto progressiva opera di fortificazione delle frontiere. Rimanevano però gli stati cuscinetto, vere e proprie zone neutre tra Roma e le potenze antagoniste (o i popoli che potevano costituire una minaccia di invasione). I sovrani degli stati cuscinetto non erano ostili ai Romani  ma neppure alleati; naturalmente, però, ai Romani occorreva che essi si mantenessero terzi anche nei confronti dei nemici.  
Si trattava comunque di due fasi di uno stesso metodo, la "difesa di sbarramento": dalla barriera formata da stati clienti e/o cuscinetto si era passati alle linee di fortificazione dei confini e a guarnigioni stabili per la loro difesa. Dal III secolo in poi ci fu un superamento della "difesa di sbarramento" in direzione di una difesa non stanziale, declinata nelle forme della "difesa elastica" e della "difesa in profondità". Il principio non era più quello di prevenire o contenere la penetrazione nemica, cosa ormai sempre più difficoltosa, ma di contrastarla efficacemente qualora fosse già in atto: nel primo caso per mezzo di truppe mobili, da campo, nel secondo con un sistema integrato di truppe mobili e di stazionamento, queste ultime acquartierate nelle roccheforti. 
E quando parliamo di roccheforti  spesso parliamo di veri e propri centri abitati con il loro hinterland, modificati per diventare  avamposti  autosufficienti di contrasto all'avanzata nemica, capaci anche di sostenere un lungo assedio (in pratica i progenitori di quelli che nel Medioevo diventeranno i castelli, nota del blogger).    


giovedì 9 maggio 2019

Riassunto del Cinegetico di Senofonte


La caccia è un'invenzione di Apollo e Artemide, ma fu Chirone a tramandarla agli uomini.
Senofonte distingue due specie di cani: i castorini e gli alopecidi. I castorini sono i cani puri, gli alopecidi quelli derivati da un incrocio tra cane e volpe.
Vi sono poi lepri di grossa taglia e di piccola taglia. Le prime hanno occhi blu e manto scuro con la fronte chiazzata di bianco. Le seconde hanno un manto biondiccio con una macchia bianca e occhi verdastri. Lasciano impronte più evidenti sul terreno in primavera, stagione in cui anche prediligono accoppiarsi. Le lepri di taglia piccola vivono quasi esclusivamente sulle isole.
Per Senofonte i nomi dei cani devono essere brevi, e di essi fornisce un piccolo ma esauriente catalogo:

Psyché, Thymós, Porpax, Styrax, Lonche,
Lochos, Phrourá, Phylax, Taxis, Xiphon,
Phorax, Phlegon, Alké, Teuchon, Hyléus,
Medas, Porthon, Sperchon, Orgé, 
Bremon, Hybris, Thallon, Rhome, Anthéus, 
Hebe, Getheus, Chará, Leuson, Augé,
Polys, Bia, Stichon, Spoudé, Bryas, Oinás,
Sterrós, Kraugé, Kainon, Sthenon,
Aithér, Aktís, Aichmé, Noes, Gnome, 
Stibon, Hormé, Tyrbas.

Per la caccia ai cervi e ai cerbiatti si debbono utilizzare cani indiani; per la caccia al cinghiale cani locresi, cretesi, laconici e anche indiani. Riguardo al cinghiale si racconta del suo incredibile calore corporeo, sia quand'è vivo che quand'è morto. Quand'è vivo le zanne gli si fanno incandescenti in modo tale che, colpendo un cane, anche quando manca il corpo ne bruciacchia il pelame. Quand'è morto hail potere di contrarre, per il gran calore che promana, le setole che eventualmente vengono a contatto con la sua epidermide. 
Per le fiere africane e asiatiche si può usare un veleno, l'aconito, da mescolare ai cibi che mangiano, o scavare trappole con esca animale. (ad esempio una capra). Le trappole (podostrabai) si usano anche peri cervi e i cinghiali (trappole semplici, senza esca, con ceppi nascosti in buche scavate e poi ricolmate). Le reti, invece, per le lepri. 




  

giovedì 25 aprile 2019

L'istruzione a Roma

Prima che l'e-book "I grandi protagonisti della storia" diventasse tale, la mia idea era di scrivere un altro testo, intitolato "Figurine nella storia".  Il quaderno di storia romana da cui estraggo questo brano doveva costituirne un capitolo. 

A Roma l’istruzione di un uomo libero seguiva tre fasi corrispondenti a tre diversi livelli di insegnanti:
-   - il litterator o grammatistes (detto anche ludi magister) copriva più o meno il livello di istruzione equivalente alla nostra scuola elementare;
-   - il grammaticus (fig. 9) era qualcosa di simile all’insegnante di scuola media o superiore;
-   - il rhetor era l’insegnante con cui lo studente romano si trovava a che fare qualora avesse deciso di perfezionare gli studi nel loro stadio più avanzato (dunque sino ad un livello universitario).

Marziale ci parla del suo ludi magister. Il beneventano Orbilio, maestro di Orazio, era un grammaticus. Quintiliano è certamente tra i rhetores romani più famosi.