mercoledì 22 maggio 2019

La grande strategia dell'impero romano di Edward Luttwak - Un supercompendio


Nell'età giulio-claudia la difesa dei confini dell'Impero romano era garantita anche e soprattutto dall'attiva cooperazione degli stati clienti (piccoli staterelli indipendenti o semi-indipendenti retti da sovrani alleati o vassalli di Roma). A partire dall'età flavia, invece, dato l'assorbimento progressivo degli stati clienti, si assistette ad un'altrettanto progressiva opera di fortificazione delle frontiere. Rimanevano però gli stati cuscinetto, vere e proprie zone neutre tra Roma e le potenze antagoniste (o i popoli che potevano costituire una minaccia di invasione). I sovrani degli stati cuscinetto non erano ostili ai Romani  ma neppure alleati; naturalmente, però, ai Romani occorreva che essi si mantenessero terzi anche nei confronti dei nemici.  
Si trattava comunque di due fasi di uno stesso metodo, la "difesa di sbarramento": dalla barriera formata da stati clienti e/o cuscinetto si era passati alle linee di fortificazione dei confini e a guarnigioni stabili per la loro difesa. Dal III secolo in poi ci fu un superamento della "difesa di sbarramento" in direzione di una difesa non stanziale, declinata nelle forme della "difesa elastica" e della "difesa in profondità". Il principio non era più quello di prevenire o contenere la penetrazione nemica, cosa ormai sempre più difficoltosa, ma di contrastarla efficacemente qualora fosse già in atto: nel primo caso per mezzo di truppe mobili, da campo, nel secondo con un sistema integrato di truppe mobili e di stazionamento, queste ultime acquartierate nelle roccheforti. 
E quando parliamo di roccheforti  spesso parliamo di veri e propri centri abitati con il loro hinterland, modificati per diventare  avamposti  autosufficienti di contrasto all'avanzata nemica, capaci anche di sostenere un lungo assedio (in pratica i progenitori di quelli che nel Medioevo diventeranno i castelli, nota del blogger).    


giovedì 9 maggio 2019

Riassunto del Cinegetico di Senofonte


La caccia è un'invenzione di Apollo e Artemide, ma fu Chirone a tramandarla agli uomini.
Senofonte distingue due specie di cani: i castorini e gli alopecidi. I castorini sono i cani puri, gli alopecidi quelli derivati da un incrocio tra cane e volpe.
Vi sono poi lepri di grossa taglia e di piccola taglia. Le prime hanno occhi blu e manto scuro con la fronte chiazzata di bianco. Le seconde hanno un manto biondiccio con una macchia bianca e occhi verdastri. Lasciano impronte più evidenti sul terreno in primavera, stagione in cui anche prediligono accoppiarsi. Le lepri di taglia piccola vivono quasi esclusivamente sulle isole.
Per Senofonte i nomi dei cani devono essere brevi, e di essi fornisce un piccolo ma esauriente catalogo:

Psyché, Thymós, Porpax, Styrax, Lonche,
Lochos, Phrourá, Phylax, Taxis, Xiphon,
Phorax, Phlegon, Alké, Teuchon, Hyléus,
Medas, Porthon, Sperchon, Orgé, 
Bremon, Hybris, Thallon, Rhome, Anthéus, 
Hebe, Getheus, Chará, Leuson, Augé,
Polys, Bia, Stichon, Spoudé, Bryas, Oinás,
Sterrós, Kraugé, Kainon, Sthenon,
Aithér, Aktís, Aichmé, Noes, Gnome, 
Stibon, Hormé, Tyrbas.

Per la caccia ai cervi e ai cerbiatti si debbono utilizzare cani indiani; per la caccia al cinghiale cani locresi, cretesi, laconici e anche indiani. Riguardo al cinghiale si racconta del suo incredibile calore corporeo, sia quand'è vivo che quand'è morto. Quand'è vivo le zanne gli si fanno incandescenti in modo tale che, colpendo un cane, anche quando manca il corpo ne bruciacchia il pelame. Quand'è morto hail potere di contrarre, per il gran calore che promana, le setole che eventualmente vengono a contatto con la sua epidermide. 
Per le fiere africane e asiatiche si può usare un veleno, l'aconito, da mescolare ai cibi che mangiano, o scavare trappole con esca animale. (ad esempio una capra). Le trappole (podostrabai) si usano anche peri cervi e i cinghiali (trappole semplici, senza esca, con ceppi nascosti in buche scavate e poi ricolmate). Le reti, invece, per le lepri. 




  

giovedì 25 aprile 2019

L'istruzione a Roma

Prima che l'e-book "I grandi protagonisti della storia" diventasse tale, la mia idea era di scrivere un altro testo, intitolato "Figurine nella storia".  Il quaderno di storia romana da cui estraggo questo brano doveva costituirne un capitolo. 

A Roma l’istruzione di un uomo libero seguiva tre fasi corrispondenti a tre diversi livelli di insegnanti:
-   - il litterator o grammatistes (detto anche ludi magister) copriva più o meno il livello di istruzione equivalente alla nostra scuola elementare;
-   - il grammaticus (fig. 9) era qualcosa di simile all’insegnante di scuola media o superiore;
-   - il rhetor era l’insegnante con cui lo studente romano si trovava a che fare qualora avesse deciso di perfezionare gli studi nel loro stadio più avanzato (dunque sino ad un livello universitario).

Marziale ci parla del suo ludi magister. Il beneventano Orbilio, maestro di Orazio, era un grammaticus. Quintiliano è certamente tra i rhetores romani più famosi. 

giovedì 11 aprile 2019

Differenza tra spot e carosello

Le duie forme fondamentali di pubblicità radio-televisiva sono lo spot e il carosello: lo spot è una réclame di stile telegrafico (presentazione-esortazione-slogan)tutta incentrata sul prodotto, il carosello invece inserisce il prodotto nel contesto di uno sketch in cui esso parte in sordina per poi finire in primo piano. C'è da notare che carosello non è un nome che si riferisce al singolo sketch-réclame, ma al succedersi di essi, come su una giostra, all'interno del programma che li contiene.

mercoledì 27 marzo 2019

Come fare una ricerca - Parte 1

I materiali che si raccolgono per una ricerca sono quelli che, una volta portata a compimento la ricerca stessa, diventano materiali d'archivio. Sono quindi tutti quei ritagli, giornali, schizzi, appunti, libri, fotocopie che sono già serviti una volta per un determinato scopo e potrebbero servire ancora in futuro.


Come scriveva Umberto Eco nel suo famoso saggio sulla composizione della tesi di laurea, non ha importanza che forma possa avere un archivio, o quanto spazio possa occupare. La cosa importante è fabbricarselo, un archivio, e coltivarlo: ossia accrescerlo alla bisogna o sfrondarlo, qualora il materiale (una certa parte di esso) sia diventato inutile. Ciò che continuerà ad essere conservato costituirà, invece, il nucleo dell'archivio.


In fondo, anche per fare una ricerca conta la vecchia regola cinematografica del "girare molto, montare poco". Quando ci si dispone ad occuparsi di un dato tema o argomento, che si sia focalizzato o meno, all'inizio è quasi certo che la nostra motivazione ad approfondire ci porterà, inevitabilmente, ad allargare molto il campo della nostra esplorazione.

In una seconda fase ci toccherà poi selezionare quanto abbiamo raccolto come pionieri, e sulla base di questa selezione strutturare la ricerca.

In seguito, come abbiamo accennato prima, ci toccherà fare un'ulteriore selezione tra i materiali impiegati. Dovremo distinguere, cioè, tra quelli che terremo anche per un uso futuro e quelli che, al contrario, condanneremo al cestino, perché non ci servono più.

Un principio fondamentale è che, in effetti, l'importanza dei materiali di ricerca è assolutamente arbitraria. Dipende dall'interesse del ricercatore e da quanto, effettivamente, egli sa attingere da quel materiale. L'originalità della ricerca, dunque, si fonda innanzitutto sull'originalità del percorso di indagine intrapreso dall'autore.

(continua)

mercoledì 13 marzo 2019

Nuove vite parallele - Varo-Custer





1. Cosa c'è di più eroico per un grande generale che cadere sul campo, insieme ai suoi uomini? E, a maggior ragione, cosa c'è di meglio per un generale perdente che non sopravvivere alla sua disfatta, e morire anzi nel modo che sarebbe più degno di un generale a cui spettano gloria e allori? In questi casi estremi, non c'è differenza tra perire per mano dei nemici, vincitori sul campo, o perire di propria mano, avendo la coscienza che la propria immagine e la propria fama sono compromessi per sempre.

2. La prima sorte capitò ad uno dei più famosi generali americani della guerra di secessione, il generale George Armstrong Custer; la seconda, invece, è quella a cui andò coraggiosamente incontro un generale romano dell'epoca di Augusto, Quintilio Varo. I loro nomi sono collegati, indelebilmente, al ricordo di due grandi, per molti versi inopinate, disfatte militari.

3. Figlio di nobili romani decaduti l'uno, e cioè Varo, figlio di operai di origine tedesca l'altro, e cioè Custer, entrambi riuscirono ad emergere nell'ambiente militare (e, nel caso di Varo, anche in quello politico) grazie all'appoggio di amici influenti. Se, però, nel caso di Varo il discorso sembra più plausibile (la gens Quinctilia aveva pur sempre fatto la storia di Roma alle sue origini, anche se dal 453 nessun suo membro ricopriva più una carica pubblica), nel caso di Custer la cosa appare meno chiara. Il fatto è che, così come Varo, nato, appunto, da una famiglia patrizia e in un municipio importante della Gallia Cisalpina come Cremona, ebbe nell'imperatore Augusto in persona un sostegno fondamentale per il suo cursus honorum, così Custer, venuto alla luce in un oscuro villaggio dell'Ohio, New Rumley, e proveniente da una famiglia che aveva l'unico merito di essere molto numerosa, trovò in un deputato liberale, John Bingham, un decisivo benefattore.

4. A dire la verità nel caso di Varo, oltre al blasone, contò anche una buona dose di intelligenza opportunistica: in definitiva, infatti, la sua abilità fu quella di  allinearsi al nuovo corso augusteo al momento giusto, cioè in occasione del magnum discrimen di Azio; e questo avvenne non senza che lui entrasse in disaccordo col padre, Sesto Quintilio Varo, il cui sentire politico, al contrario, si mantenne fino all'ultimo più vicino agli ambienti dell'opposizione. Il fondatore dell'impero premiò l'allineamento del giovane Varo,  facendogli intraprendere una carriera con cui si sarebbe preso la soddisfazione togliere parecchia polvere alla bacheca di famiglia. E consentendogli di divenire, senza alcun dubbio, uno degli uomini più potenti del nascente principato, nella sua primissima fase.

5. Nel 22 a.C., a 25 anni, Varo fu questore  in Acaia, il nome che i Romani avevano dato alla Grecia, quindi edile, pretore, propretore, e nel 13 a.C., addirittura console, al fianco di quello che sarebbe divenuto l'imperatore dopo Augusto, Tiberio Claudio Nerone. E c'è di più: solo un anno prima aveva sposato Vipsania Marcella, la figlia del vero n. 2 del principato, il super-ammiraglio Marco Vipsanio Agrippa. Quanto al suo futuro, insomma, Varo poteva davvero ritenersi dentro una botte di ferro. 

6. Per quanto riguarda Custer, ammesso nel 1857, all'età di diciotto anni, alla prestigiosa accademia militare di West Point, non si distinse per nient'altro che per la montagna di note di demerito che riuscì a collezionare. Poi, nel 1861, allo scoppio della guerra civile americana, poté beneficiare del fatto che la sua classe era stata diplomata con un anno di anticipo rispetto al programma normale (ciò avvenne perché l'esercito del Nord aveva urgentemente bisogno di altri ufficiali da gettare nella mischia). Così, a 22 anni, più o meno alla stessa età in cui Vro aveva iniziato il suo cursus honorum, Custer poté iniziare il proprio cursus nei quadri dell'esercito unionista. Senza merito, però: difatti si era classificato ultimo nel suo corso, e nessun intervento amico poté risparmiargli, allora, una gavetta più lunga di quella dei suoi colleghi. La sua fortuna, in realtà, e questo sempre grazie a Bingham, era già stata quella di non venire espulso dall'accademia. Così, giunto (o per meglio dire catapultato) in prima linea, Custer divenne del 2° Cavalleria, quindi collaboratore del generale McClellan, che comandava l'Armata del Potomac, e in seguito tenente sotto Pleasanton, per cui comandò un'armata di cavalleria. Proprio Pleasanton, colpito dal suo offensivismo spinto che aveva portato a numerose vittorie (ma a costo di parecchie perdite umane), decise di conferirgli il brevetto di generale, anche se limitato al periodo del conflitto. Era il 1862: un anno dopo Custer impalmò mrs. Elizabeth Bacon.

7. La fortuna di Varo non collassò neppure dopo la morte di Agrippa, avvenuta l'anno successivo al  matrimonio della figlia. Oltre a quella di Augusto, infatti, adesso Varo poteva contare anche sull'amicizia di Tiberio, grazie alla quale ottenne, tra il 7 e il 6 a.C., il proconsolato d'Africa, a cui seguì un incarico da propretore in Siria, che a quei tempi comprendeva anche la Palestina (lo scorporo avvenne un anno dopo la fine del mandato di Varo, nel 4 a.C.). E proprio ad una ferocissima repressione di una rivolta giudaica è legato il ricordo del periodo della propretura di Varo in quella regione. Morto Erode il Grande, la Palestina (detta nel suo complesso anche Giudea, nonostante si chiamasse Giudea anche una sua regione in particolare), era stata divisa in parti eguali tra i suoi figli: ad Erode Antipa, secondo il testamento paterno, sarebbe andato il trono della Galilea, ad Erode Archelao quello della Giudea e della Samaria, ad Erode Filippo l'Iturea e la Traconitide. Ben presto, però Antipa si ribellò a questa spartizione sostenendo che il testamento del padre, scritto quando egli era ormai in fin di vita e non del tutto lucido, non rispecchiava realmente le sue intenzioni. Rivendicava a sé anche il trono della Giudea, sicché il fratello Archelao fu costretto ad andare a Roma per far valere le sue ragioni. Per il periodo in cui questi sarebbe stato assente dalla Giudea, Augusto decise di nominare come suo supplente un procuratore, Sabino. I Giusei, però non potevano tollerare la presenza di un'autorità straniera e si sollevarono in armi:per salvare la vita a Sabino fu necessario l'intervento dalla Siria dello stesso Varo, che, sedata la rivolta, volle dare una punizione esemplare al popolo giudaico facendo crocifiggere circa 2000 uomini. 
Così, nel sangue, finì l'esperienza di Varo da legato in quella turbolenta area mediorientale. Egli era ormai alla fine del suo mandato, e, data la fama sinistra che in quei luoghi era riuscito a guadagnarsi, Augusto si guardò bene dal rinnovarglielo. Varo cambiò così completamente scenario, e, dopo un periodo di riposo parzialmente orzato, divenne governatore militare in Germania. Era il 7 d.C.

8. Terminata la guerra civile con un grado, quello di generale, che di certo non rispecchiava la sua reale perizia di stratega, nel 1866, scaduto il brevetto che gli aveva assegnato Pleasanton, Custer si vide cadere tra capo e collo una fulminea e violentissima retrocessione a capitano: questo era l'effetto della riforma dell'esercito voluta dal nuovo presidente Andrew Johnson, e che aveva tarpato le ali a tutti i "diplomati sul campo" del conflitto. Per Custer ci voleva ora una nuova occasione per riprendere la sua scalata ai vertici dell'esercito.  Accantonata l'idea di lasciare la patria per entrare nell'esercito messicano, la nuova svolta nella sua vita gli fu offerta da un suo ex superiore, il generale Sheridan, che lo segnalò per il comando di un reggimento in via di formazione, il 7° Cavalleria di stanza in Kansas. Il suo compito sarebbe stato quello di divenire una delle avanguardie nella guerra contro le comunità pellirosse. Era una vera e propria "armata Brancaleone", fatta di soldati raccogliticci e provenienti perlopiù dalle comunità di immigrati dall'Europa, armata male ed addestrata peggio. Eppure, per cementarne lo spirito di corpo, Custer, ora tenente colonnello, non trovò niente di meglio da fare che predisporre, spesso e volentieri, punizioni severe e disumane: Il pretesto per usare la mano pesante era dato dal fatto che Custer si poneva come esempio ai suoi uomini nelle esercitazioni più dure, e chi non riusciva a fare come lui non era degno di servire sotto di lui. 
9. Ma il massimo della crudeltà egli lo toccò con le decimazioni di massa seguite alle diserzioni che si ebbero durante una breve campagna punitiva contro i Cheyenne, coordinata con gli uomini di Winfield Hancock, al comando di un'altra avanguardia anti-indiani. Si era trattato di un'operazione priva di utilità perché i Cheyenne in quel momento erano in pace, dunque servì solo a creare un nemico che non c'era. 
La condotta dracontiana di Custer, se ne fecero scemare la popolarità preso i suoi uomini, di certo lo resero inviso anche a molti suoi colleghi e, unita ad altre voci, come quella che nel corso della spedizione aveva abbandonato i suoi uomini per raggiungere la moglie,lo trascinarono alla core marziale. Questa, riunitasi nel 1867 a Fort Leavenworth,  sospese Custer dal grado e dall'attività militare per un anno. L'anno dopo ci volle un nuovo intervento di Sheridan per reintegrarlo nuovamente in servizio. 

10. Impopolare lo diventava ogni giorno di più, anche Varo, alla guida della sua nuova provincia, con le sue pratiche vessatorie e le sue ruberie nei confronti delle popolazioni locali. Dopo due anni di malgoverno esse, guidate dai Cherusci del re Arminio, si sollevarono contro le legioni romane.  Lo scontro decisivo avvenne nella selva di Teutoburgo: era l'8 settembre del 9 d.C. Ma non fu un attacco frontale quello dei Germani : fu un'imboscata, al passaggio delle tre legioni di Varo che stavano per raggiungere i quartieri d'inverno. Il governatore, colpito a freddo, ebbe però la necessaria lucidità per riorganizzare l'esercito e condurlo a riparare in un'area più sicura, vicina a quella dell'agguato. La resistenza si protrasse per altri due giorni, fino all'11 settembre, e non senza vani tentativi di rompere l'accerchiamento: ma niente fu coronato dall fortuna, le perdite sul campo per le legoni augustee furono enormi e i Germani, traboccanti di furore antiromano, incrudelirono persino sull'ultimo dei loro prigionieri. I pochi a cui fu risparmiata la vita vennero scambiati con prigionieri germanici. Ma Varo non vide tutto questo: si era suicidato, insieme ad altri ufficiali suoi luogotenenti, per non sopravvivere all'onta. 

11. Il 7° Cavalleria, nuovamente con Custer in testa, era pronto a combattere per togliere ai Lakota e ad altre popolazioni indigene alleate il possesso delle Colline Nere, una catena di montagne che si estende dal Dakota al Wyoming. Era considerata sacra da molti pellirosse ma lì, tra quelle montagne, era stata segnalata anche una cospicua presenza di oro. Per i pellirosse dunque non restava che imbracciare i fucili e combattere nuovamente contro i bianchi, coalizzandosi sotto la guida dei Sioux di Toro Seduto. 
All'inizio dell'offensiva, Custer si trovava a Washington per deporre davanti ad una commissione d'inchiesta su un caso di approvvigionamenti militari negati. Questo polverone aveva contribuito a sollevarlo lui stesso, chiamando in causa anche il presidente Grant, e non gli risparmiò qualche noia giudiziaria. Poi, al suo ritorno in campo, egli dovette ingoiare un altro rospo e constatare che doveva dividere il comando del 7° con un altro ufficiale, il generale Terry: a lui era stata affidata la colonna del Dakota. 
Il carattere di Custer tollerava poco e male la spartizione di autorità: molti ricordavano una circostanza, avvenuto alcuni anni prima, in cui aveva lasciato massacrare una sua colonna per il solo fatto che chi la comandava aveva preso di sua iniziativa la decisione di avanzare, come se volesse mettere in ombra l'autorità del suo superiore e rubargli gloria. Quindi si poteva immaginare che, alla prima occasione, Custer avrebbe disobbedito agli ordini per fare di testa sua.

12. Ciò avvenne puntualmente: dopo essersi rassegnato a fare da ruota di scorta al maggiore Reno nell'avanzata verso i torrenti Rosebud e Hode, dove i nemici avevano posto il loro accampamento,  Custer, che il 21 giugno 1876 aveva ripreso la guida  del suo reggimento, trasgredì l'ordine di Terry di aspettare la sua colonna nel punto dove era arrivato il maggiore e proseguì l'avanzata nei giorni successivi fino al 25 quando, prendendo a pretesto il fatto che un gruppo di Sioux aveva intercettato un distaccamento dei suoi uomini, diede l'ordine di attacco, alle 12.00. I pellirosse, che erano tutt'altro che impreparati all'attacco (in realtà, anche loro, parallelamente, stavano avanzando alla volta dei bianchi) e per giunta erano in superiorità numerica. Dallo scontro, avvenuto non lontano dalla località di Little Big Horn, non uscì vivo nessun uomo di Custer, compreso lui stesso; si salvò solo un trombettiere, ma per il semplice fatto che era stato inviato a cercare rinforzi, prima che la battaglia vera e propria avesse inizio. 

13. Quando a Roma giunse la notizia della disfatta di Teutoburgo, l'imperatore Augusto, com'è noto, cadde in uno sconforto profondo. Per alcuni giorni dimenticò addirittura di tagliare la barba e i capelli, tormentato dal pensiero di aver perso così tanti uomini, e in un colpo solo; e, lancinato da tale pensiero, continuava a ripetere senza sosta: "Quintilio Varo, restituiscimi le mie legioni".Del suo corpo i Romani poterono seppellire solo la testa.
Miglior sorte toccò invece a Custer, la cui salma poté essere seppellita integra nell'accademia di West Poni, dove aveva ricevuto la sua formazone militare. Pare che gli Indiani non abbiano infierito sul suo corpo perché, in realtà, non l'avevano riconosciuto: infatti non credevano che ad assalirli a mezzogiorno potesse essere stato lui, abituato semmai ad attaccare alle prime luci dell'alba.

14. Varo e Custer si devono considerare entrambi due personaggi la cui fortuna, sia in ambito politico che militare, fu senz'altro maggiore del loro effettivo valore; entrambi poterono contare, nel corso della loro vita e delle loro carriere, su amici e aiuti importanti. Un altro tratto in comune tra di loro è la tendenza ad una certa severità, anche per sopperire, probabilmente, ad una mancanza di vera autorità. Tuttavia l'irruenza che è propria di Custer non si ritrova in Varo; e mentre per il generale americano la fine fu probabilmente la giusta conseguenza dell'ennesima mossa avventata,  Varo la trovò  in uno scenario a cui non era del tutto preparato; così, disperando della salvezza, e senza essere riuscito a trovare la morte sul campo di battaglia, se la diede da sé.      


giovedì 28 febbraio 2019

Memorialistica

Il memorialista non è colui che scrive un'unica grande autobiografia: quello piuttosto potrebbe chiamarsi, più correttamente, autobiografo o idiostorico. Il memorialista è chi scrive  più libri di memorie dedicati a momenti o situazioni diversi della propria vita. Sono libri di memorie i racconti di viaggio (comprensivi dell'anabasi, cioè del percorso di arrivo, e della palinbasi, il percorso di ritorno) e i ritratti dei propri amici, familiari, amati e amanti o dei personaggi illustri conosciuti nel corso della vita. Secondo il modello della memoria di viaggio, in quanto narrazione di un itinerario (di vita), si costruiscono anche le memorie di guerra, quelle scolastiche o professionali, i racconti di esperienze di malattie etc. In una parola si può dire che la memorialistica è o itinerario o ritratto.
NON sono memorie invece i diari confessionali, perché la narrazione memorialistica dev'essere, sì, introspettiva, ma non intimistica al punto tale da raccontare eventi di interesse non così oggettivo.

Giulio Andreotti è stato un apprezzato
memorialista.