mercoledì 15 luglio 2020

Edotipo e boscotipo


L'ultima pubblicità del Biochetasi ci offre lo spunto per questa riflessione.
Così come in biologia distinguiamo tra fenotipo, cioè l'organismo umano dal punto di vista dell'aspetto esteriore, e il genotipo, lo stesso organismo ma dal punto di vista dei meccanismi biologici interni, così in ambito alimentare possiamo parlare di  edotipo (dal greco edein, mangiare), cioè il cibo come sostanza edule che può essere gustata con le papille, l'olfatto e la vista, e il boscotipo (dal greco boskein, nutrire), ossia lo stesso cibo ma come sostanza nutritiva di cui non contano né il sapore né l'aspetto né il profumo, ma soltanto le componenti interne utili al sostentamento. Più brevemente, l'edotipo è il cibo definito in base a quelle che si chiamano comunemente caratteristiche organolettiche,  il boscotipo il cibo come lo definiamo sulla base delle caratteristiche biochimiche.

giovedì 18 giugno 2020

Il dingo e la banana

Un giorno un dingo velocissimo in fuga da un gruppo di bracconieri con cui non voleva più cacciare si fermò per un momento davanti a un casco di banane caduto per strada e, come se quei frutti potessero parlargli,  disse così a quello che gli sembrava il più bello e splendente nel suo giallo rivestimento: "Hai una forma simile a quella dei boomerang che gli indigeni della mia terra usano per catturare le prede. Tuttavia, se uno di loro, ammesso che mi raggiunga, ti adoperasse al posto del suo bastone normale, difficilmente ostacoleresti la mia corsa". Non contento di ciò, con i denti recise quella banana dal casco e ne aprì la guaina. Poi, dopo averne maciullato con le zampe la polpa, diede un calcio alla buccia per togliersela di torno. 





Il dingo aveva potuto permettersi quella sosta perché godeva di un vantaggio notevole sui suoi inseguitori ed era già da molto fuori dalla gittata dei loro fucili e dei loro boomerang.  Inoltre calcolava che, ripresa la sua andatura, una volta arrivato in fondo alla discesa che gli si apriva davanti si sarebbe messo definitivamente in salvo. Ma, di lì pochi passi, nella foga di prodursi nello scatto bruciante non si avvide che, sulla strada, giaceva quella buccia che egli stesso aveva scaraventato via con forza, e con fastidio. Malamente vi inciampò sopra e si fratturò una zampa. E così anch’egli giacque in mezzo al cammino, finché gli inseguitori non lo riacciuffarono. 
Così si comportano coloro che un senso di superiorità rende superficiali. Essi disprezzano ciò che sembra loro innocuo, dimenticando però che in natura non c'è nulla di neutro e che per trasformare l'inoffensivo in pericoloso basta un cambiamento d'uso o di collocazione oppure un avventato smembramento delle parti. 

domenica 19 aprile 2020

Parole e date

In ogni parola è possibile individuare una radice e una desinenza (a essere pignoli, un prefisso, una radice, un suffisso e una terminazione; il più delle volte sono il suffisso e la terminazione insieme a formare la desinenza). A dare il significato alla parola è sempre la radice, mentre la desinenza ha più che altro una funzione grammaticale. Anche nelle date-anno, che sono delle vere "parole" numeriche (si potrebbe dire che sono le uniche parole che è possibile scrivere per mezzo di numeri) e perciò possiamo chiamare anche etonimi, si possono distinguere una radice (la prima o le prime due cifre) e una desinenza (le ultime due). Chiamiamo questi due elementi cronemi, per analogia ai morfemi e ai monemi della linguistica. Nelle date, però, non è la radice a identificarle, bensì la desinenza. La radice contestualizza la data, cioè indica il secolo a cui appartiene. La chiamiamo cronema base o semplicemente cronema (oppure anche radice centuriale) perché inquadra cronologicamente la data. La desinenza, invece, dà alla data il suo significato storico, cioè la individua come il periodo di tempo in cui è accaduto quell'avvenimento o quell'insieme di avvenimenti, e la chiamiamo quindi cronema istorema o semplicemente istorema






Per tante date storiche emblematiche non è neppure necessario esplicare il contesto cronologico: per esempio, è sufficiente dire o scrivere '14 per indicare l'anno di apertura della Prima guerra mondiale, o '89 per riferirci a quello della caduta del muro di Berlino; o ancora, è sufficiente dire '48 per parlare dell'anno delle Cinque giornate di Milano e delle grandi insurrezioni nazionali di metà '800 in Europa. Poi, naturalmente, sarà il contesto a chiarire se parliamo del 1914 piuttosto che del 1814 (anno dell'istituzione dell'arma dei Carabinieri); del 1989 anziché del 1789 (inizio della Rivoluzione francese); o magari del 1848 e non del 1648 (conclusione della Guerra dei Trent'anni).   

venerdì 17 aprile 2020

Quanti sono i viaggi culturali

Possiamo distinguere essenzialmente sei tipi di viaggio culturale.

-        - Il Grand Tour, quello classico dell’aristocrazia europea del ‘600-‘700-‘800; è il tentativo di coprire il territorio di un intero Paese o anche di più Paesi insieme e si basa, perciò, su una rigida selezione di partenza dei luoghi e delle città da visitare.
-        - Il tour tematico,  un viaggio che tocca città o luoghi di regioni diverse alla scoperta di un aspetto che li accomuna (es. fontane o monumenti statuari con lo stesso soggetto, chiese dedicate allo stesso santo etc.).
-       - Il tour a programma: ricalca un itinerario storicamente o idealmente già definito (per es. il tracciato di un’antica via romana, il percorso della Via Francigena o anche il giro d’Italia suggerito dalla serie dei francobolli delle fontane italiane).
-         - Il tour regionale: tocca tutti i capoluoghi di una regione e seleziona i borghi più interessanti da visitare in ciascuna provincia.
-         - Il tour provinciale: parte dal capoluogo della provincia e tocca tutti i suoi borghi più interessanti e rappresentativi (la scelta, naturalmente, è più ampia di quella permessa dal tour regionale, perché si tratta di un territorio più circoscritto).  
         - Il tour comunale: si svolge tutto nel territorio di una singola città o di un singolo borgo. Generalmente chi intraprende questo tipo di tour, che è il più “stanziale” di tutti, non dovrebbe mancare di vedere la chiesa principale della città (la cattedrale o un eventuale santuario o basilica), il museo più importante, il giardino pubblico, tutti i monumenti statuari e pegologici delle piazze ed eventualmente anche lo stadio.




sabato 14 marzo 2020

La citazione



Una citazione (da un grande autore, da un film, da una canzone etc.) può essere implicita o anche esplicita o, per usare un'altra terminologia, incastonata oppure chiosata.Difficile dire quale delle due faccia fare più bella figura, in fondo non c'è molta differenza tra di esse. Infatti:

- la citazione implicita è integrata nel corpo di un testo o di un discorso, senza che se ne dichiari la provenienza;
- la citazione esplicita, al contrario, riporta il nome dell'autore o dell'opera da cui essa è tratta.

sabato 15 febbraio 2020

La trasformazione



La trasformazione come transustanziazione operata dalla magia  può avvenire o in continuità (solido/solido, liquido/liquido) rispetto allo stato della materia oppure in discontinuità (solido/liquido, liquido/solido).
La trasformazione come trasmutazione riguarda invece i  processi di passaggio animato/inanimato, inanimato/animato, maschio/femmina, femmina/maschio,  giovane/vecchio, vecchio/giovane, antico/moderno, moderno/antico, terrestre/extraterrestre, extraterrestre/terrestre, animale/umano, umano/animale, europeo/extraeuropeo, extraeuropeo/europeo etc.  I processi sono trasfiguranti (o alienanti) quando nella trasformazione l'identità di partenza si perde e diventa tutt'altra identità, oppure metempsicotici, quando l'identità di partenza si conserva e diventa una sua distorsione spazio-temporale (una versione più giovane, ammesso che non si tratti di una presenza richiamata dal passato, perché in questo caso non parliamo di magia trasformativa, o una versione più vecchia) o fisiologica (una versione straniera o extra-umana o anche di sesso opposto). Anche le trasmutazioni-clonazioni obbediscono ai processi di cui sopra.


sabato 18 gennaio 2020

Ugo il pagliaccio

Ugo lavorava al circo da quando aveva quindici anni. Adesso ne compieva cinquanta. In arte si faceva chiamare Rodolfo. In precedenza, per qualche mese subito dopo la fine della scuola primaria, aveva lavorato col padre che gestiva un chiosco di gelati, al parco. La vocazione per fare il pagliaccio gli venne proprio fra un gelato e l'altro servito in mezzo al verde, davanti alla fontanella con le anatre. Come gelataio era simpaticamente un inetto e notò - non ne poté fare a meno - che la gente si piegava in due dalle risate vedendo quelle palle di mille colori crollargli puntualmente sulla camicia, e colare come un pianto allegro e disperato insieme. "Sei meglio di un pagliaccio al circo", disse qualcuno. Ugo lo prese in parola.

Così iniziò la sua carriera come Rodolfo. Il nome lo scelse in omaggio a un vecchio divo del cinema in bianco e nero, Rodolfo Valentino. La ragione è questa: il clou del suo repertorio era una gag con la donna mangiatrice di fuoco, in cui cercava di sedurla dicendole di usare un profumo che poteva renderlo affascinante come Rodolfo Valentino. La scenetta si concludeva, ogni volta, con il clown che si spruzzava uno spray al gorgonzola e la donna gongolante. 

Ma c'era un numero che a Ugo stava particolarmente a cuore, perché gli ricordava il suo passato mai dimenticato di gelataio pasticcione. Questo numero consisteva nel presentarsi sulla pista tenendosi in equilibrio con le mani su due maxi-palle di gelato appositamente indurite in un super-congelatore. Una era di colore verde più chiaro, ed era al pistacchio. L'altra era di un verde più cupo, alla menta. Naturalmente Ugo non doveva imitarsi a rimanere diritto con le gambe per aria, doveva anche muoversi facendo rotolare le due palle. La sua abilità consisteva proprio nel fare più giri di pista possibili a quel modo, fino a quando le due palle di ghiaccio non si fossero ammorbidite al punto tale da fargli sprofondare le braccia entro la loro poltiglia. A quel punto, come da copione, si preparava a cadere in modo acrobatico e, liberate le braccia da quella melma attaccaticcia, si congedava dal pubblico mettendosi in testa un cono di ostia, estratto dal taschino.